Mestiere di Babbo

Vodafone InFamiglia (e la privacy di mia figlia)

Qualche giorno fa (oddio ne sono già passati così tanti?) sono andato a curiosare all’aperitivo che Vodafone ha organizzato con genitori blogger per presentare il progetto InFamiglia. Un’idea pensata per essere accanto alle famiglie nell’uso più consapevole delle nuove tecnologie.

Io sono un genitore tecnologico? Sì, ma quanto? Mia figlia, classe 2002, è una nativa digitale? Tra quanto me la troverò su Facebook? (O su Google+?) A che età avrà (diritto al) il suo primo cellulare? Come faremo a vegliare sulle sue navigazioni e frequentazioni web? E il digital divide? E le dipendenze di cui si parla in giro?
Queste e altre domande io me le pongo abbastanza regolarmente. E le risposte me le do strada facendo. Per ora Alice conosce internet soprattutto per un paio di servizi e per il mio blog.

Il primo servizio è storicamente Flickr, che a volte usiamo come ammansitore, creando per lei un piccolo show. Come? Basta fare una certa search (fun cats, funniest animal, insects), impostare lo slideshow e mettersi a cucinare tranquilli. “Checcarino, cucccciolo, naaa bellissimo, papà vieni a vedere questo!” Quando è pronto da mangiare, state pur certi che Alice mi chiederà di comprarle un gatto, non un computer.

Su Youtube invece ci andiamo insieme per vedere dei pezzi di mondo, specialmente del passato. “Vieni che ti faccio vedere i video di quando Lorenzo Jova Cherubini faceva le canzoni sceme”.

Le piace anche Google Earth, ovviamente. “Un giorno mi ci porti alle piramidi? Però davvero non sul computer!”

E poi c’è questo blog, o meglio il mio modo di stare sui social network, nel quale la mia famiglia si è conquistata, in otto anni, uno spazio importante. E su questo, la questione di scottante attualità è il tema della privacy. “Papà, questa cosa però non scriverla, perché poi le persone ridono di me”. Io mi sforzo di spiegare, ma a volte non è semplice. Io posto le sue battute, le sue domande, le sue arguzie, le sue intuizioni, i nostri giochi, ma mai qualcosa che la metta in ridicolo. A 9 anni è così difficile capire la differenza tra ridere di te e ridere con te?
Non so, forse dovrei davvero spiegarle meglio che cosa scrivo, dove e perché. In ogni caso, se sapesse che ho postato questo, per esempio, probabilmente mi strozzerebbe. Se invece leggesse come ho risposto a chi mi criticava per l’operazione “10 libri per un gioco del Nintendo”, forse sarebbe meno diffidente.
In realtà, come ben sanno molti di quelli che mi conoscono (ma lo ripeto anche in classe quando mi trovo a fare lezione), se ancora ogni giorno trovo sempre un nuovo motivo valido per essermi aperto un blog, quello della memoria e del racconto familiare è uno di quelli cui resto più affezionato.
Ma sul tema della privacy forse devo davvero lavorarci un po’ anche io. Per dirne una: in questi giorni, la mia foto più likata su Instagram ritrae proprio mia figlia che si tuffa in piscina. “Papà, ma mi si vede solo il sedere!” ha detto lei. Io nemmeno ci pensavo al suo sedere. Ma quanti di quei like – mi chiedo – sanno che quello è il fondoschiena di mia figlia? Quanti hanno messo like pensando solo una cosa tipo “ostia, che bel culo”. Ok e quindi? Tanto molto presto qualcuno lo penserà anche fuori da Instagram, ed è giusto così.

Ecco.
Volevo scrivere della serata… e alla fine come al solito ho scritto di me. Urca, dai almeno un inciso sulla serata fallo no? Magari tra parentesi… (Perché c’erano Paola Bonomo che avevo conosciuto in blogvite precedenti ma mai incontrata. C’era Antonella che conosco e stimo da pochi mesi e Lia Celi che, sebbene giovane quanto me, scriveva su quel settimanale di resistenza umana di cui conservo gelosamente tutti i numeri.)
Ma di certo ne riparleremo presto, qui o altrove. Perché questo progetto InFamiglia è realmente interessante, molto più di quanto si possa raccontare durante un aperitivo e delle mille chiacchiere di quella sera. Perché i temi sul tappeto sono tanti. E perché le persone che li trattano sono davvero sveglie (la mia passione per LaVale risale al 2005) e i contenuti (e lo dico avendo gironzolato solo nel blog) sono di qualità, ben confezionati e – last but not least – utili.

Per intanto, io certa tecnologia la devo ancora scoprire. E vi confido che non ho mai desiderato tanto un iPad da quando ho scoperto che esiste Timbuktu.

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