Sovente mi addormento con History Channel. In anteprima e direttamente dal mio sdormiveglia, ecco i documentari in palinsesto per prossimo mese.
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Le begonie di Hitler
La masturbazione nel XX secolo
Il mesozoico a colori
La segretaria segreta di Hitler
L’impero Wakachi
Il DNA del Duce
Hitler pittore
Giovanni Paolo I: delitto o levitazione
Il Titanic nel Gotico europeo
La prostituzione in Terrasanta
La sottile linea brasiliana
Sognare Hitler
Nostradamus e Calciopoli
Massimo Boldi, mostro o vittima
La masturbazione nella Cina di Mao
Piero, il macellaio del Borgo
I criceti di Hitler
La prostituzione in Islanda a colori
L’Olocausto: imbroglio o miracolo
Il lato oscuro della gommapane
Il fratello di Hitler
I diari segreti di Gesù
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O forse ho mescolato un po’, dite?
Comunque uno di questi titoli esiste per davvero.
Vi segnalo un concorso creativo a cui io ahimè non posso partecipare perché ci ho il conflitto. Di interessi.
Zopa.it, con cui appunto stiamo lavorando, ha lanciato Zopa Contest, un concorso creativo in cui raccontare proprio cosa è Zopa*. Con un claim, una grafica, un’animazione, un video. Si vincono biglietti aerei.
Sul sito si possono vedere e votare i lavori partecipanti. Nella categoria video c’è poco poco. Ed è proprio un peccato perché proprio lì il premio è più ghiotto. Questo spiega perché in questi giorni ho a volte tediato alcuni di voi con domande tipo “ehi amico ci sai fare con la cam? E con il montaggio?” Insomma, io se fossi in voi mi farei venire una buona idea, la girerei al volo e la manderei che scade il 30 novembre.
Pensateci!
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*Cosa è Zopa, dite? Ma, diamine è la realtà del social lending italiano, la “banca 2.0″, il “p2p del credito personale”. Diffidate delle imitazioni. Hanno anche il blog.
Io se fossi poniamo un’azienda attenta che produce assorbenti intimi (o anche pillole antidolorifiche per “quei giorni”) ecco, io se lo fossi, io azienda oggi starei incollata alla rete a seguire il più ampio focus group pubblico mai attivato sul tema del ciclo mestruale.
Io se fossi poniamo un’azienda lungimirante che produce vedi sopra, questa conversazione l’avrei in qualche modo stimolata.
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Io sull’argomento ciclo, avevo cominciato bene. La mamma mi aveva correttamente informato su cosa fossero. E il mio amichetto Sandro, che con due fratelli maggiori già sessualmente attivi era la mia wikipedia vivente, lo sapeva pure lui ‘sto miestero. Però diceva meSTUrazioni. Godetti quando lui richiuse il vocabolario. Tié.
Poi in seconda media, lo shock.
(continua…)
Il suo titolare, invece sì. Si vende molto volentieri. (omissis)”.
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Il cartello che compariva in alto a sinistra sul vecchio burp.splinder qui non ha ancora trovato spazio. Però aveva una sua fondata ragione di essere. E la mantiene.
Mi è tornato in mente perché proprio in questi giorni Maestrina Mafe e Suzuki sono tornati sull’argomento. Spiegando in dettaglio il perchè e il percome quali confini si pone uno che fa questi mestieri e blogga pure. Tramezzino compreso. Ma patti chiari.
Difficile non essere d’accordo al 110%.
Difficile anche non ridere amarognolo sui virgolettati aziendali di Suzuki.
Allora: ci sono una psicoterapeuta, un comunicatore, un imprenditore, un informatico e un filosofo intorno a un tavolo a parlare di Second Life.
Ma ci sono anche sul video i loro avatar, stavolta dentro Second Life, a parlare della loro first life.
(Apro posito, apro parentesi : la first life di un avatar è quella reale o virtuale? Naque pria l’ovo o il pollame? Chi si è fregato le mezze stagioni? Perché la fetta biscottata cade sempre dal lato imburrato? Perché se apri la valvola dei dubbi filosofici ti esce un gregge di cazzate? Chiudo posito, chiudo parentesi).
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Insomma qui a Milano venerdì 12 all’Università Bicocca, c’è questo convegno: Le leggi della Seconda Vita.
Io ci vado a curiosare. Se ci passate fatemi sapere che ci vediamo là.
Sul blog del professor Rossetti e in particolare qui, trovate tutte le info necessarie e quelle superflue.
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(Apro v. sopra. Fino a prima dell’estate quando Second Life era dappertutto, a ogni convegno o evento sulla comunicazione SL faceva la parte della killer conversation. Appena si arrivava sul tema SL, nessuno riusciva più a ritornare a qualunque altro argomento.
E ora? Ora che SL è sparita dall’agenda delle cose trendy da mettere in pagina? Chiudo, idem).
Si può promuovere una cosa assai concreta e ben poco emozionante come delle controsoffittature, mettendo in scena in pochi secondi l’amore e la morte con una sana spruzzata di splatter? E utilizzando come testimonial dei gelidi rettili?
La risposta è qui ed è positiva. Si può.
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* Segnalazione (e titolo!) via Gualtiero De Marinis su Film Tv.
Ho guardato e apprezzato le prime puntate di Heroes.
(Qui la recensione di Mae, che sui terreni seriali televisivi è per me un’autorità).
Certo non eguaglia Lost quanto a profondità dei personaggi. Il ritmo serratissimo (e la dispersione geografica e cronologica dei protagonisti) non permette di giocare coi flashback incrociati e di costruire lentamente i caratteri. Che è la cosa più bella di Lost. (La più bella dopo di lei, naturalmente).
Però Heroes è bello, molto direi. Anche divertente.
Il fatto è che dopo aver visto queste parodie (qui e qua), temo che non riuscirò più a seguirlo seriamente.
Fight for kisses, lo spot di Wilkinson che vi spiega come riconquistare i baci di vostra moglie gabbando il più pericoloso dei concorrenti.
Col quale però dopo ve la dovete vedere voi…
(Se non riesci a vederlo, guardalo dai Ninja)
Asafa Powel (ri)fa il record dei 100 m. piani e al giornalista che gli chiede come si è sentito il giorno dopo replica: “Un giorno come tutti gli altri. Mi sono alzato e sono andato a fare colazione da McDonald’s.”
Quando lo leggo mi sembra credibile e sincero e penso allo spottone gratuito e involontario capace di realizzare in cinque secondi quello che le media relation provano a fare in un anno. Sento dei tappi di spumante saltare sullo sfondo.
Poi anche in altre interviste vedo che il ragazzo cita McDonald’s. Ma sempre con una certa nonscialanza, senza malizia. L’azienda ricorre nei suoi discorsi in modo naturale.
Le mie fonti mi confermano che il ragazzo non è brandizzato. E che è sincero.
NB: questo è il post scritto una decina di giorni fa che qualcuno se l’era mangiato.
I have a dream
Ho sognato.
Ho sognato che io te e altri tre o quattro (un musico, un fotografo, un regista, un fonico, un copy, uno sceneggiatore, in ordine sparso e di generi misti m-f) sceglievamo di dedicare un giorno alla settimana a pensare a delle cose da realizzare insieme.
E un altro a realizzarle per davvero.
Scrivevamo e giravamo la nostra sitcom minimale e la mettevamo tutte le settimane su youtube, ci inventavamo parodie di format tv o di spot, componevamo tutti i giorni un brano hip-hop sempre diverso leggendo in rima i giornali del mattino, musicavamo foto, fotografavamo canzoni, chiamavamo i nostri amici più rappresentativi (la portinaia saggia, il sessantenne figlio dei fiori, il professore ex galeotto e via così) e gli facevamo delle interviste che poi diventavano programmi in podcast, gli campionavamo le voci e le usavamo per le musiche, scrivevamo articoli, blog, fanzine, lettere d’amore, disegni, scarabocchi, sculture di caccole, mostre di tazzine infrante e chi più ne aveva più ne tirava fuori.
Eravamo tutti spirti artistoidi, oh yeah, e rispetto al passato c’erano due fondamentali differenze.
1. che gli acidi non andavano più di moda. Salute risparmiata.
2. che c’era la rete. Visibilità assicurata.
Eravamo tutti strastufi di autoindulgenza. Che era difficile farsi notare, che le case editrici no e le agenzie di pubblicità nemmeno, no, grazie, a meno che non stai nella manica di qualcuno. Ora non avevamo più scuse e lo sapevamo. La rete ci dava l’opportunità di creare, offrire, condividere. Con l’universo mondo.
Eravamo creativi, visibili, felici.
Poi un giorno arriva un tipo col sigaro e facendo un gesto ampio con la mano dice una roba tipo: Au macc fo dis creatifattori? Ai uonna bai io stattap!
Io mi giro, non vedo nulla e penso cazzo dice questo, non c’è una creative factory, non c’è una start-up, ci sono cinque o sei persone che si piacciono e producono e realizzano idee.
Ma poi ci capiamo e lui ci sgrana un signor assegno a patto di lavorare per lui.
Ho sognato che eravamo felici ancora per un po’. Ma poi litigavamo brutto brutto e stavamo per dividerci.
Allora, non potendo sopportare di perdervi, io ho preso con una mano il gruzzolo e con l’altra il fucile a pompa. Addio ragazzi.
Quaggiù nel paese dei tropici, sì dove il sole è più sole che là, ci sono davvero troppe zanzare.
E non si trova il salame di Varzi.
Per il resto, non mi lamento.