E’ inutile. Io non ce la faccio a buttare via i libri nel cassonetto. Nemmeno in quello della carta. E sistemando in casa emergeranno almeno un paio di scatoloni di libri pressoché inutili se non dannosi. Regali sbagliati, acquisti incauti, allegati a riviste, numeri uno di enciclopedie monche.
Se non mi date altre buone idee, tra un mese scarico tutto alla biblioteca del paesello di montagna.
Voi come vi sbarazzate dei libri? Sempre che o facciate, ecco…
Un libro splendido e terribile. Ficcante e documentato come un’inchiesta di Report, raccontata e vissuta in diretta dalla voce di un grande scrittore. Forse è questa la chiave della sua efficacia: grande scrittura messa al servizio di una grande denuncia. Uno stile di scrittura netto e affilato, ma mai freddo, anzi.
Questo libro è sangue e merda, che schizza in giro mentre lo leggete. E schizza soprattutto nei vostri piatti. Difficile far finta di non vedere, dopo che l’avete letto.
Difficille far finta di non sentire le urla. Le urla degli agnelli.
“Vero Clarice?”
Io di Skellig non sapevo nulla e l’ho visto in libreria. Probabilmente mi ha convinto il suo blurb (avvolgente fascetta promozionale). Mi ha così convinto che non ho neppure letto la quarta di copertina. Meglio così. Comincio a pensare che non dovrei mai leggerle. E anche al cine: che dovrei andarci vergine, senza informazioni se non l’intuito, un parere di qualcuno di cui mi fido, ma senza sapere niente della storia.
Così Skellig, siccome di libri ne compro troppi, l’ho cercato in biblioteca. Insieme ad altri 5 titoli 10-12 anni, che è l’età del lettore che mi sento io questo mese.
Quando mi hanno segnalato che Lavale “Mamma per sbaglio” ne aveva scritto in un post, ho pensato che anche quel post l’avrei letto dopo.
(Apro una parentesi su LaVale. Ebbene lei è stata la prima mamma blogger che ho scoperto e senza mezzi termini adorato. Per come scriveva, per cosa scriveva, per com’era. Ma si tratta di anni fa. Quando ancora le mamme blogger erano solo delle blogger che si erano riprodotte e non come ora una categoria commerciale, un segmento di mercato, un target del mio lavoro).
Ma torniamo a Skellig. Ci ho messo poche ore a leggerlo. Un paio di giorni di andata e ritorno: casa bici treno metro ufficio e vicevera. In bici non lo leggevo. E un po’ mi mancava. In metro all’altezza di Corvetto ho benedetto il momento in cui non avevo letto la quarta di copertina. Il giorno dopo all’altezza di Cadorna, su Skellig mi è sceso un gocciolone salato che per fortuna che questa estate piove e non se n’è accorto nessuno.
Ora so che ha ragione Lavale. O meglio che ha ragione suo figlio Davide, che gliel’ha consigliato. Che ho fatto bene a leggerlo senza sapere nulla della trama. Che forse lo stile è bello quanto la trama.
Che se dovessi consigliarvelo non vorrei dirvi nulla. Se avete fame di una storia e avete (o volete sentirvi) 10 anni: Skellig, di David Almond. Punto. Senza link. Apposta. Buona lettura.
Lo leggo su Foglio che gli dedica il paginone centrale. Dopo 20 anni e 200 numeri chiude Blue. Vado in edicola a comprare il numero finale e celebrativo. Su tre edicole qui in zona, nessuna ce l’ha e nemmeno ne sanno nulla: “Ahem… è il mensile del fumetto erotico d’autore…” dico agli edicolanti dandomi un certo tono artistico persino io. Perché intendiamoci: non è un pornazzo qualsiasi, né il ritorno del comics pecoreccio anni ’70.
Credo di averne in una scatola in garage ancora una decina di numeri, forse persino il n. 1, qui accanto. Ero reduce dalla scoperta di Manara, responsabile unico di alcune diottrie per sempre perdute e di molti sogni mai realizzati. Mi invaghii un po’ di Blue e di alcune firme: Casotto e Scòzzari in particolare. Di quest’ultimo lessi anche un romanzo, forse si intitolava, appunto Racconti porni. Nell’onda di Blue scrissi indimenticabili e gloriosi racconti, che ormai giacciono grondanti polvere in qualche floppy disc sperduto.
Erano i tempi pre web in cui si poteva ancora pensare di passare un’intera giornata senza dover schivare pixellate di tette e culi, thread profumatamente maliziosi, foto sbavevoli, promesse di flirting, eros blog misteriosamente appiccicosi (e potrei linkare numerosi esempi di ogni voce di questo elenco). Erano tempi in cui i nostri ormoni, sempre vigili, languivano sereni per la maggior parte del tempo, per emozionarsi poi davanti a una storia ben raccontata o all’immagine di una bocca socchiusa, anche se solo disegnata. Erano tempi, già
Che poi, a ben guardare dalle ceneri di Blue, nasce Touch.
In bocca al lupo a Laura Scarpa.
Il fatto è che ogni gruppo musicale, di qualunque livello, non effimero, che duri qualche stagione ha sempre un suo libro simile. Anche se poi nessuno lo scrive. Di solito è tradizione orale, gergo, battute, personaggi, leggende. E’ mito.
In questo caso per fortuna è scritto e va da sé che il livello è massimo perché altissimo è il livello del gruppo, delle idee, della creatività (scrittura compresa) e degli amici e conoscenti chiamati a testimoniare.
O forse io non faccio testo perchè Elio è un pezzo di me, della mia storia di giovane uomo, tanto che io leggendo ho avuto nostalgia dei miei 20, 25, 30, 35 e persino dei miei 40 anni.
E’ un libro che ha dato la stura a tutti i miei ricordi eliani e vi giuro che sono tanti. E prima o poi li metto in fila, qui in giro.
E’ un libro che fa ridere e sorridere dal primo al penultimo capitolo.
E l’ultimo – bellissimo – fa piangere una cifra.
Forza Panino.
Metropolitana, tra Rogoredo e Duomo. Mi accorgo che sto fissando la ragazza seduta di fronte a me. Non c’è nessuno dei classici motivi per cui mi ritrovo a fissare una ragazza in metro: non è la sosia di Ava Gardner, non è nuda, non ha baffi vistosi.
La ragazza ride, mentre legge un libro. In realtà, vista da fuori, sorride. Ma io lo conosco quel sorriso. E’ quando dentro stai ridendo tanto da tenerti la pancia, che in metro ti concedi solo quel sorriso.
Io adoro le persone che ridono mentre leggono. O forse adoro i libri capaci di farci ridere. Ridere tanto da germogliare sorrisi anche in metro.
Il suo libro – da qui non leggo il titolo – ha una costa gialla… Mondadori… Strade blu? E ha un teschio in copertina.
Il mio libro, quello dentro a cui sorridevo poco fa prima di iniziare a fissare lei, il mio libro in copertina ha i piedi di un cadavere.
Io e la ragazza abbiamo cose in comune. I nostri libri hanno cose in comune.
Mi sporgo fino a cercare di leggere i titolo, mi storpio il collo per allinearmi alla costa verticale del libro, lancio in avanscoperta una manciata di diottrie che tornano esse stesse ridendo: il libro è “Quando siete inghiottiti dalle fiamme” e il suo autore è Davide Sedaris.
Mentre penso che lo comprerò oggi stesso, la ragazza scende a Missori, senza smettere di sorridere e senza minimamente preoccuparsi della paresi che ha procurato al mio collo.
Quando la maestra Filomena mi ha detto che era la settimana della lettura e che cercava un genitore al giorno per leggere una storia in classe, mi ci sono infilato di getto. Poi in realtà non è stato facile scegliere. Ho anche chiesto aiuto su FF e ho avuto un sacco di stimoli e di proposte. Il difficile era scegliere qualcosa che andasse bene per tutta la classe, per la maestra e… anche per Alice. Che ovviamente premeva perché scrivessi qualcosa apposta. “Papi… qualcosa tipo Harry Potter…” Ah, certo hai detto poco… Insomma io ci tengo a queste cose qui, perché mi divertono un mondo. Dopo aver a lungo scelto il pirmo capitolo di Cion Cion Blu di Pinin Carpi, alla fine un Pollicino riscritto da Roberto Denti l’ha avuta vinta. Perché mi dava modo di sorprenderli con una storia un po’ diversa da quella che conoscono. E perché su questo terreno fertile potevo sganciare il germe del gioco: pigli una storia che (non) ti piace e la cambi. Il libro di Denti a questo proposito è perfetto. Tanto che Filomena nel pomeriggio ha letto in classe le altre tre storie. Vi dico solo che quando Cappuccetto Rosso arriva dalla Nonna c’è un party di nozze perché la Nonna stessa si sta sposando con un Principe Azzurro di passaggio. E che Cenerentola quando calzata perfettamente la scarpina si sente chiedere la mano risponde: “Mah… ora non è che perché tu sei il principe io devo sposare te ecco… pensavo… prima conosciamoci…”. (E tre righe sotto però sposa il giardiniere, Maurizio, tiè al principe).
Nel Pollicino che ho letto c’era qualche variazione e qualche altra è venuta da sé.
Avete presente un Orco che mentre cammina nel bosco a passi giganteschi, con gli stivali delle sette leghe che rimbombano sul pavimento della 1a B, avete presente ecco cosa può succedere se quest’Orco a un certo punto… pesta una merda?
- Ogni giovedì, il maiale fa apparire un prosciutto.
- In autostrada, la commessa affetta l’estate.
- Sotto terra, la neve innaffia il cielo.
Questo libro di Bruno Gibert, l’ho regalato alla settenne che – componendo le storie, semplici ma sempre diverse – si diverte un mondo e oggi l’ha portato a scuola per mostrarlo a tutti.
Ottimo anche per introdurre minimi elementi di analisi logica (ma si fa ancora a scuola poi l’analisi logica?).
Ottimo anche per innescare fantasie narrative: il maiale di qui sopra è ovviamente un genio che conserva la sua vita grazie alla prestidigitazione.
O poetiche: la commessa è una casellante? O è la commessa di un autogrill in cui sta per entrare… Francesco Guccini? C’è qualcosa di più malinconico che… affettare l’estate?
Premesso che io domani salgo a Milano a curiosare tra i carri e il Carnevale Ambrosiano (e accetto consigli su dove come quando), ci sono non poche iniziative in queste settimane nell’ambito infanzia, lettura, teatro a cui mi piacerebbe partecipare, pascolando ivi la prole.
A Parma fino all’8 marzo c’è il Festival Minimondi, letteratura e illustrazione per ragazzi.
A Vigevano fino al 6 marzo Il piacere di leggere.
A Milano la prossima settimana Quantestorie (anche qui su FB). E qui un salto si fa perché casca dietro l’ufficio.
A Milano alla Triennale fino al 31 marzo il Museo delle storie.
Sempre a Milano, la mostra dedicata al Corriere dei Piccoli.
Invece stasera alle 21 per partecipare a La notte dei racconti, promossa da Reggio narra, non occorre muoversi da casa: basta scegliersi una mini platea di ascoltatori e una storia da raccontare.
E sono entrambe cose che ho felicemente sottomano.
La poesia in fondo è un modo diverso di raccontare le cose. Trasfigurando, simboleggiando, ecceterando. A volte solo cambiando la prospettiva. Esempio: piglia i libri che hai in casa e fai una, dieci, cento poesie accoppiando i titoli sul dorso e leggendo in sequenza quelli e solo quelli. Poesia dorsale l’hanno chiamata, appunto, queli che l’hanno inventata. Anche se, a essere pignoli, su chi l’ha inventata per primo qualche dubbio c’è.
Il gioco è divertente e potrebbe dare dipendenza. Se lo fate, che so, un dopo cena con gli amici, ebbene potete star certi che quella sera non finirete a letto da soli. Ci finirete con un libro, appunto. Quello che non trovavate più ma toh, ve lo siete ritrovato in mano giocando e mai avevate fatto caso al suo dorso di quel colore e forse è un segnale: ora di (ri)leggerlo.
Se poi siete ganzi con le foto, tipo Silvio Belloni, allora le vostre poesie possono diventare anche arte figurativa.
Io ci ho giocato a Torino, mesi fa, alla Fiera del libro. C’erano un centinaio di libri sparsi e gente tipo me che se li contendeva pacificamente per poi impilarli e accoppiarli. Io da Torino sono tornato con la foto qui sotto, della mia operetta improvvisa e con l’idea di fare questo post.
Evidentemente non era urgente no?
