Senza leggerli.
Da quando ho preso l’abitudine di inserire i nuovi acquisti sullo shelf di Anobii il dato è evidente, almeno a me. Non leggo più un libro nemmeno sotto tortura. O meglio non leggo più un romanzo che è uno. Sbircio la saggistica sulla rete, entro ed esco da manuali e storie musicofile, ma le storie basta stop fine. Bah boh. L’ultima cosa che mi aveva strabiliato era il prologo di “Ogni cosa è illuminata”. Quattro pagine me-ra-vi-glio-se. Poi l’ho chiuso. Boh bah beh.
Però rispetto a questo post tenuto in canna 15 giorni ora qualcosa sta cambiando. Complice la biblioteca del mare e le otto ore di treno ogni weekend mi sono bevuto come aperitivo l’eros ferroviario di “Facciamo un gioco” (scoperto qui, ma ne riparliamo), le peripezie di Sam e Alicia e Ufo in “Tutto per una ragazza” di Hornby, sto finendo la Pulsatilla di “Gulietta Squeenz” e mi sono tuffato anche nella “Grammatica di dio” di Stefano Benni.
E devo dire che con tutte queste storie in testa, mi sento decisamente meglio.
Già che ci siamo: tu che mi consigli di leggere quest’estate? Avanti, spara.
Ormai è evidente. A distanza di un anno dalla sua conclusione il mio lavoro di scribacchino per la multinazionale italiana dell’occhiale trendy ha lasciato segni profondi non solo nel mio vocabolario.
Mentre talvolta ancora combatto con gli incubi del ponte flessibile a tre intagli, delle aste grintose, della mascherina sfuggente, delle tonalità improbabili (avana striata, maculata, tigrata), delle metafore decomposte (vestire lo sguardo), ogni giorno mi confronto con un’altra tragicomica conseguenza. Accade dovunque, ma più spesso sui mezzi. Appena nel mio campo visivo entra un essere umano corredato di occhiale, io lo esamino (materiale, forma, colori, logo ribassato, logo scolpito, logo in madreperla, in tungsteno, in mollica di pane ecc.). In realtà cerco solo di capire al volo se è uno dei modelli di cui ho scritto e che effetto fa vederlo vivo – questo modello – dalle parole markettofone che usai.
Ma è un istinto incontrollabile, un riflesso condizionato evidentemente, ché a me non me ne fotte una mazza degli occhiali altrui. Preferisco leggere il mio libro in metro. O guardare una bella donna. Magari proprio una con su gli occhiali, ecco.
Ma prima che la ragione mi soccorra con questo pensiero, prima che io riesca a distolgliere lo sguardo, io li fisso quegli occhiali di fronte a me, appesi a facce anonime che non rivedrò mai.
Facce che spesso mi rimbalzano lo sguardo in modo più o meno ostile.
Quindi se per caso sali in metro, con indosso i tuoi occhiali e trovi me che inesorabilmente ti fisso e sto fissando proprio te, ebbene sii clemente nel tuo controsguardo.
È solo una piccola malattia la mia. Poi passa. E sarò libero di alzare gli occhi dal mio libro e guardare solo chi se lo merita, occhiale o meno.
C’è questo topo Firmino, che abita dentro i libri e se ne nutre. Nasce dalla penna di Sam Savage nel 2003.
E poi c’è Marta, una tarma che anche lei – idem come sopra – vive dentro i libri e se li mangia. Nasce dalla penna di Claudio Ciccarone, nel 2000.
La domanda è: è nato prima il topo o la tarmina?
E se poi alla fine si scoprisse che è nato prima il verme disicio?
Premesso che abbiamo un debole per Guia Soncini.
Premesso che siamo arrivati a p 20, il suo libro, Elementi di capitalismo amoroso – nonostante la grafica volutamente sbarazzina – è materia troppo alta per lo scaffale su cui viene sistemato: varia manualistica rosa, tra I love shopping a letto, Fallo impazzire di shopping e via dicendo.
Molto carina la foto della sorella minore dell’autrice sul risvolto di copertina.
Non mi ricordo più chi ultimamente mi chiedeva lumi su adattamenti per l’infanzia di storie mitologiche. O forse ero io che me lo chiedevo?
Questo libro, Storie della storia del mondo di Laura Orvieto l’ho scoperto per caso e comprato ad Alice il giorno in cui è nata Viola. Lo segnalo oggi dato che mi capita sempre più spesso di scoprire genitori che presto o tardi – prima o dopo Perrault, Grimm, Calvino – arrivano (tornano) al buon vecchio Omero.
Apprendo che Laura Orvieto ne ha scritti parecchi altri.
Anche se in italiano nessuno le ha ancora dedicato una voce su Wikipedia
Dottoressa Patrizia Zambon, direi che l’onore tocca a lei.
Se nel bel mezzo di una riunione vi arriva questo sms da vostra suocera, probabilmente ci metterete un po’ per collegare i fili. E solo alcune ore dopo vedendo il sorriso bucato della vostra primogenita, comprenderete che il tempo passa, i figli crescono, i denti cadono.
Se il mattino dopo, come da tradizione le avrete fatto trovare una moneta (quella portata evidentemente dal topolino) da 2 € e la creatura vi rivolge la domanda papi ma chi è questo signore con le foglie in testa, voi coglierete al volo l’occasione per farla entrare nella Commedia. Anche perché di questi tempi, a tarda sera, vi sollazzate l’animo con le pubbliche letture del Benigni, giuntevi via web.
Ma se conducete la creatura prima nella selva e le presentate Virgilio e poi negli inferi al cospetto di Caronte, come potete credere che ella si accontenti di queste poche primizie? Papi ma non c’erano le figure? Ma nel Purgatorio chi ci va? Ma quali penitenze devono fare? Ma per sempre? E tutto questo accade tra le 7.00 e le 7.45, tra casa e auto.
Poi la colazione è fatta, il vostro treno sta per partire. Consegnando la creatura alla nonna, le consegnerete anche il compito di proseguire la storia. E con vostra madre comunicherete a gesti e occhiate e sottintesi: psst, mi raccomando: no scene cruente, né lussuriosi e sodomiti, non ora insomma, ci pensiemo dopo. E infilata la porta sarete inseguiti dalla voce di vostra madre.
- …ma il Conte Ugolino che si mangia le teste dei figli? Quella gliela racconto che è la mia preferita, ok?
Per brindare a dei libri.
Dopo solo 35 giorni, invece dei 5 previsti, mi sono arrivati i libri per l’agenzia acquistati online alla Feltrinelli.
In mezzo ci sono state alcune mail di avviso ritardo, un paio di telefonate di scuse, una mia mail con scritto che ero uno che non diceva le parolacce nemmeno quando gli giravano le balle che si sentiva preso per il culo.
E ci sono state alcune pause pranzo trascorse alla Feltrinelli di pzza Piemonte (a 5 minuti da me) a sfogliare proprio i libri che attendevo.
Sono gli ultimi cinque caricati ora. Tutta robba de lavoro, muy interesting, da, ya.
Ora devo solo decidermi.
Quale per primo?
I camaleonti che non cambiano colore, la muraglia cinese che non si vede dalla luna, i lemming che non si suicidano, la cintura di castità, l’inventore della ghigliottina, quello dello champagne, Marco Polo, le mogli di Enrico VIII, come gira l’acqua nello scarico, la montagna più alta, la maledizione di Tutankhamon, i gatti che volano dai grattacieli e gli struzzi che non mettono la testa sotto la sabbia.
Viviamo beati & ignoranti, nutriti da un sacco di panzane raccontate dal nonno, dalla maestra, dal Trivial Pursuit o da un vecchio documentario Disney.
Sono solo a un terzo di libro – Il libro dell’ignoranza, appunto – e già ho dovuto dire addio a trentennali certezze, alcune delle quali già regolarmentre tramandate alla prole.
A proposito di prole. Vi ricordate perché l’America si chiama America? Pare che il nome derivi da Richard Ameryk, finanziatore dei viaggi di Caboto. Se invece l’avesse battezzata il nostro Amerigo – secondo l’uso di dare il cognome – l’avrebbe chiamata proprio come suggeriva la creatura.
Ho un paio di cose in comune con Andrea Bocconi: una laurea in legge mai utilizzata e il fatto di viaggiare.
Lui ha viaggiato il mondo in ogni ovunque. E dai suoi viaggi nascono poi (anche) dei libri.
Io viaggio tutti i giorni, stesso treno, stessa tratta, stessa ora. E durante questi viaggi leggo (anche) i suoi libri.
Domani sera insieme a Guido Bosticco, mio antico partner musicale e mai dimenticato esploratore di cazzeggi, siamo sul palco di Spaziomusica proprio con Andrea. La scusa è quella di presentare il suo ultimo libro. Suoneremo qualche pezzo, mentre Andrea legge qualcosa e racconta i suoi mondi.
Parte della chiacchierata sarà in idioma Tingo.
Martedì 19 febbraio
Di libri e di altri piaceri
Andrea Bocconi – Di buon passo
Spaziomusica Pavia, ore 21.30
(Ovviamente ho scoperto solo ora che proprio domani sera c’è Liverpool-Inter. Ma io mica sono interista, no?)