Che non ho più l’età è chiaro. L’età per cosa, ancora non si capisce esattamente.
Forse per sfrecciare in monopattino per le vie della metropoli?
Forse per uscire la sera a suonare? E sciropparmi il carico e scarico del piano elettrico che a inizio serata pesa kg 21,5 e alla fine magicamente pesa 51,2?
Deve essere stata una di queste due giovanilissime – ma deliziose – attività a stroncarmi un gomito la settimana di pasqua. Si è gonfiato come un meloncino e pungeva come un porcospino.
Ora migliora. E soprattutto il doc dice che non c’è nulla di rotto, né tendini sfilacciati o laceri. Solo una signora infiammazione, insomma. Mrs Infiammation.
Oggi è il primo giorno in cui digito con entrambe le mani. Per un webgrafomane come me, restare giorni con un arto bloccato è una pena non indifferente. Avete idea di come sia digitare solo con la sinistra? (Che per altro di quella mano vi siete rotti 3 dita nel ’91 e anche lì avevate deciso che non avevate più l’età per giocare a calcio di notte nei parcheggi ghiacciati, specie se brilli, ricordi zio?).
In ogni caso non facciamola tanto lunga. Ancora un paio di giorni e tutto ritornerà come prima, vero amico gomito destro?
Sappiate che: se volete mie news siete autorizzati a telefonarmi più che a scrivermi, dato che sono lento nelle risposte.
E che se mi scrivete una mail, preferisco che precompiliate da voi anche le risposte.
Esempi:
1. Ciao Zio, come stai?
a) ho visto giorni migliori
b) gomito a gomito col gonfiore
c) fatti i cazzi tui
–
2. Ciao Zio sono confermati i tuoi concerti di maggio?
a) certo, senza se e senza ma
b) appena mi restituiscono il gomito te lo dico
c) m’aggio rotto o cazz, guagliò, smamma
Ecco, dicevamo. Oggi è stato il mio ultimo giorno in Ambito5. Dopo 4 anni belli e intensi.
Quello che vedete è il santino, sì proprio l’immaginetta, che i colleghi hanno messo accanto agli schermi per ricordarmi. Non ho mai fatto quella faccia in 4 anni, ma quella cosa l’ho ripetuta in mille salse tutti i santi giorni.
I ragazzi mi hanno fatto pure un regalo. Sì, un bellissimo regalo.
Quando sono entrato qui non avevo ancora 40 anni, avevo una figlia sola, non avevo i peli bianchi nella barba, i blogger erano così giovani che ancora portavano le braghe corte e la blogosfera qui intorno era quasi tutta campagna.
Ora al suo posto c’è il web2.0, che ben presto è diventato una, cento, mille città. Si sono moltiplicati gli utenti, i servizi, i social cosi, le aziende, le agenzie.
Lascio un’agenzia solida, in vertiginosa crescita, con una guida sicura, persone di qualità in tutti i ruoli e un ambiente decisamente invidiabile. Lascio colleghi con cui ho condiviso gioie e dolori, oneri e onori, rigori e sudori, cappucci e brioches. Lascio persone da cui ho imparato (parecchio) e persone a cui ho insegnato (tutto quel che loro son riusciti a rubarmi stando attenti). Lascio una divisione social che conta ormai ben 7 unità. Tanto non ci si perde mica di vista no?
Ho riletto i due post che scrissi 4 anni fa, all’ultimo cambio di impiego. Quello dell’ultimo giorno di lavoro e quello di qualche giorno dopo quando ti parte lo stream of consciousness e ne esce un post sgrammaticato ma molto sentito (e dentro il quale quel telefono che suona è proprio quello che mi avrebbe portato questo lavoro qui).
Poi, sempre in treno, perché è sul treno che ci pensi, ho realizzato un’altra cosa. Che nelle due ultime occasioni in cui ho cambiato lavoro, ebbene entrambe le volte mi sono anche riprodotto. Che Alice e Viola hanno 9 e 3 anni, l’età dei miei grandi cambiamenti.
Forse è per quello che questa primavera mi sono fatto contagiare dall’orto sul balcone.
Che era tempo di semine.
E stavolta – almeno per ora – ho seminato lì.
Qui mediamente ogni 4 anni si cambia lavoro. (E di solito se ne approfitta per cambiare il template del blog… ma su questo ancora non abbiamo certezze). Comunque scadono ad aprile: è ora.
Quindi un mese fa è capitato di fare una scelta. Una scelta importante, come potete immaginare, e come sempre dopo una grande scelta, ci si sente più leggeri. Così quando Giuliana mi ha mandato un link a un suo post intitolato “Il ghigno del dimissionario”, il primo pensiero è stato che l’avesse scritto per me. (Eh la peppa, addirittura? Sì, il mio ego ultimamente sbrodola fuori controllo e la mia eccessiva autostima mi fa a tratti sembrare uno stronzo).
In realtà il post di Mamma in corriera era del 2007, ispirato da qualche collega dimissionario del suo impiego di allora. L’ho letto attentamente e l’ho fatto leggere alle persone che si trovavano nella stessa situazione: essere dimissionari. E insieme abbiamo capito alcune cose. E ne abbiamo fatto tesoro.
Ne cito solo un paio di passaggi: “Però sono belli da vedere, i dimissionari. Hanno un rictus sulla faccia che non è un sorriso ma di più. Danzano per i corridoi con una serenità del tutto nuova, per loro e per chi li conosce da anni. Il meglio di sé uno non lo dà quando arriva in azienda, lo dà quando se ne va. È solo allora che non ha più niente da perdere e quindi, fatalmente, inizia a vincere su tutti i fronti. Ci metterei la firma per lavorare sempre con almeno un dimissionario in un ruolo chiave del team“. (continua…)
Ecco, come direbbe il Maestro, è tutto un complesso di cose, che fa sì che io mi trovi qui. A scrivere su Lo Spazio delle idee, un blog di idee, appunto, sostenibili.
Diciamo che già qualche tempo fa proprio qui sul blog avevo scritto dell’impegno “green” di alcuni amici.
Poi c’è la Franci. Che mi ha prestato il libro di Safran Foer.
Poi ci sono altre persone più verdi e sostenibili di me che mi hanno invitato a scrivere lì sopra.
Evidentemente ogni cosa ha una sua data di maturazione e io ho smesso di essere acerbo. Sì, perché nel frattempo io avevo iniziato a farmi qualche domanda e a parlarne alla prole.
Insomma ho deciso che non potevamo andare avanti a sbattercene e a vivere la questione ambientale così superficialmente tipo “ehi non gettare la carta per terra” e stop. Ho comprato qualche libro per me e qualcuno per le creature. Cose tipo Millemila cose da fare per salvare il pianeta. O Millemila cose da spiegare alle creature per aiutarle a salvare il pianeta. E in questi mesi, mentre accedevano tutte queste cose, iniziavo anche a lavorare sui temi di BCFN, Doppia Piramide, sostenibilità alimentare, e via dicendo. Oggi tra l’altro sono qui al BCFN Forum, appunto, non per caso.
Insomma è andata così che, superati i 40 anni, ho aperto gli occhi. E sono diventato un po’ un rompicoglioni, ovvio. Anche e soprattutto sulle piccole cose quotidiane (e dove sennò?). E così mi rieduco a sprecare un po’ meno, a riciclare, a pensarci, a pensarci prima, a pensarci prima che sia tardi.
Una temperatura un po’ più bassa in casa, comprare al mercato Km zero Coldiretti, informarsi su un GAS, mangiare meno carne, usare meno l’auto.
Intendiamoci: non sono ancora un talebano verde, uno di quelli che non tirano lo sciacquone del wc per l’intera giornata per non sprecare acqua o che si fabbricano il sapone da sé. Non lo sono, no. Ma intanto educo. E imparo.
“Papà, ma se i miei capelli li asciugo con il phon, quanti cubetti di Polo Nord si sciolgono?”
Sera, interno familiare, cena. Lady Burp scodella un fantastico risotto fumante. E mi interroga.
LB: Ma allora non mi ci puoi portare anche me?
ZB: Eh, ma cosa? Dove? Ma dici alle terme?
LB: Ma no, dico a quell’anteprima lì, quella del musical… Mi hai detto che per lavoro forse ti davano dei biglietti gratis no?
ZB: Mmm sì, ba tzono i gignetti… i gignetti pe gnoggger…
LB: Cortesemente, me lo ripeti senza masticare durante la frase?
LB: Mmm etto to isotto è èmpe antastico, aore
LB: Grazie. Ora ripetimi dei biglietti, dai.
ZB: Quelli sono i biglietti per i blogger. Il cliente me li dà per loro. Perché loro vanno all’evento… alla cosa, lì l’anteprima… e poi ne parlano online. Sui loro blog e socialcosi.
LB: Socialcosa? No vabbè ho capito… ma…
ZB: Ma?
LB: Ma anche io poi ne parlo! Io ne parlo al lavoro… in clinica coi miei colleghi, con i pazienti, con…
ZB: …con i tuoi vecchietti protesizzati d’anca ne parli? Del musical?
LB: Sì sì, io ne parlo coi vecchietti, diglielo al tuo cliente socialcoso dei miei stivali!
ZB: Ok ok, tesoro, ma che c’è di secondo? Tanto poi ti ci porto io a teatro… ok?
E infine un giorno, stanco dei ritmi slow imposti da famiglia e creature, ho respirato la libertà.
Sì, sì cazzo: ho agguantato una mountain bike che le facevo il filo da anni e ho pedalato per i pradiei. (Che sono uguali ai prati padani però in pendenza).
Col vento nei capelli, come piace a me.
Boschi e sentieri, prati e sterrati.
Da anni mi chiedevo come sarebbe stato pedalare per quelle lande. Ero più che entusiasta, ero quasi infoiato. E mentre pedalavo e scendevo e salivo pensavo che quella bici me la dovevo comprare. O noleggiare per l’intera settimana. O portarne su una, lì al paesello. Insomma, mentre salivo e scendevo – ma soprattuto scendevo – capivo che quel pomeriggio era una scoperta, un’epifania, che la montagna per me non avrebbe più avuto senso senza due pedali sotto i piedi.
E improvvisamente ho realizzato che mancava solo mezzora alla riconsegna della bici e che salendo e scendendo ero sceso molto, molto. Molto a valle.
Ho imboccato la salita imprecando e sputando maledizioni. Riconsegnata in tempo record la bici, avevo i crampi, il culo dolente e all’incirca un paio di kg in meno (spero).
Mi sono immerso in una fontana del paese e ho deciso che sì la bici era bella ma anche continuare a vivere in definitiva aveva il suo perché.
Sono passati 20 giorni. E ho ancora mal di gambe.
E poi una mattina, risalgo la piazza verso le 8.30 con brioche e giornale e sento una voce che fa “Zio?!”
E mi giro e ci sono due blogger milanesi.
Con i piedi palmati.
E non avevo assunto droghe.
E una notte lì in casa, esiliato in mansarda per via del russare, sotto la coperta, spenta la luce ho capito che c’era un silenzio spaventoso. Allora ho aperto le finestre. E non si sentiva altro che il silenzio. Madonna, che silenzio. Allora ho ascoltato tutto quel silenzio per una mezzora. E a quel punto sapevo trovarci il respiro delle mie ragazze al piano di sotto, il canto d’amore di un tarlo, due mosche insonni che spettegolavano in groppa a una mucca tre piani più sotto. E poi si è spostata una nuvola. Si è staccata da quella accanto emettendo una specie di legnoso scricchiolio. E a quel punto – e che diamine – mi sono messo a russare io.
E abbiamo visto ragni magnifici, cavallette avvinghiate e farfalle, cavalli e rondinini, vitelli e girini, rane e – new entry – le salamandre sul fondo di un lago.
E ovviamente mucche. Parecchie. Da ogni angolazione. Qui una mucca riflessiva.
Ah già: poi ho visto la tappa trentina di Miss Italia. In un Palanaunia gremito 32 ragazze di bella presenza si sono contese la corona di Miss Trentino Alto Adige. Solare e permalosa. Testarda e acqua e sapone. Difficile sentire qualche lapillo di originalità nelle presentazioni. Eppure, lavorandoci un minimo… mannaggia sì che ci sarebbe da divertirsi. Posso fare il ghost writer della prossima edizione? Belle eh intendiamoci. E qualcuna simpatica, certo. Ma tutte perfettine. E infinitamente meno sexy di Mara Maionchi.