Mestiere di Babbo

Primo giorno di scuola elementare

- Papi, oggi il primo giorno di scuola è stato bel-lis-si-mo. Meno quando c’era la ricreazione e io e Imad eravamo stati gli unici a non avere nello zaino la merenda.

Mi viene in mente che la mia merenda alle elementari era la Fiesta Snack. Solo da adulto poi ho scoperto che c’era dentro il rum.

Ma questo ora non c’entra. Invece c’entra il mio primo giorno di scuola. Che è stato in assoluto il peggiore. Mia mamma mi accompagna in questa scuola lontana da casa, grande, antica e impolverata. La maestra è una maschera di rughe, vestita di nero, piena di collane e orecchini dorati. Una mummia egizia sembra. Più vecchia della scuola mi sembra. Dentro la classe tra quattro mura color crema sporca e un finestrone impolverato mi fissano tutti. Non conosco un cazzo di nessuno. Il mio asilo è dall’altra parte della città e i miei amici ora sono nella scuola nuova, quella coi mattoni rossi. E probabilmente la loro maestra ha la pelle liscia e un vestito a fiori.

Ergo: mi incazzo di brutto.

Piango, urlo e scalcio a casaccio. La bidella lunga come una pertica ha un grembiule azzurro. La colpisco di punta sullo stinco nudo. Se ne va zoppicando e mordendosi una mano.

Poi la maestra-mummia confabula con mia madre. E quando si china verso di me mi dice una parola frase magica: “Abbiamo anche degli animali in classe sai?.” Tiro su col naso e mi fido. Entro. La porta si chiude alle mie spalle.

L’unico animale che sarebbe entrato vivo in quell’aula nei 5 anni sucessivi era un pesce rosso che non avrebbe vissuto più di una settimana.

Tutto questo succedeva a occhio e croce il 1 ottobre 1973. La scuola enorme e polverosa si chiamava Carducci. E un po’ gli somigliava. La bidella si chiamava Angela. Per tutti i dieci anni successivi, quando la incrociavo per strada, mi mostrava lo stinco. Però ridendo.

La maestra che mi sembrava vecchissima, mi dicono che è ancora viva. Quindi poteva avere una quarantina d’anni. Era calabrese e quando dettava il dettato pronunciava “Isside e Ossiride”. Io li scrivevo con le doppie. Lei correggeva e a casa i miei ridevano. Era brava, dicevano, ma severa. A volte, ti prendeva il lobo dell’orecchio e lo rigirava a destra e a sinistra finché non diventava bollente.

Ora ho lobi ampi, carnosi.
Sensibili e ospitali.
E tornando indietro, rivorrei la stessa maestra.

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