Archive for the ‘Varie/Eventuali’ Category

Rieccoci di nuovo alle prese con un western, ma senza indiani.
Vi aspettiamo al buio, solito posto.
Augh, ma senza indiani.
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Domani sera al solito posto, Spaziomusica ore 19 per l’aperitivo, proiezione concerto alle 21.
Ospite della serata, al basso con i tasti fantasma, un amico e vecchio compagno di jammin’ e antichi “spostamenti di molecole.”
Mi ha pregato di non nominarlo per non rovinarvi la sorpresa.
Ho pensato che invece di nominarlo avrei messo una vecchia foto in cui suoniamo insieme. Ora ovviamente non la trovo. Pazientate.
Ci vediamo là. Ci vediamo al buio
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Ok, come molti di voi sanno, ho pubblicato un annuncio (amplificato anche da Luisa Carrada) per la ricerca di uno stagista, ho ricevuto un pacco di curriculas (licenza poetica), ho fatto alcuni colloqui e ho riflettuto su alcune cose. Ve le regalo aggratis a patto che me le lasciate dire in ordine necessariamente sparso e confuso. Sarò un po’ lungo, ma per il solito motivo: che non ho il tempo di essere più breve.
1. I giornali oggidì sono pieni di avvertimenti: non mettere le tue foto compromettenti su Facebook soprattutto se stai cercando lavoro! Sì, perché il selezionatore scaltro e senza scrupoli va anche su Facebook e – ahi ahi ahi – se ti trova brillo o fumato o cose così, addio colloquio. Nessuno però pensa all’eventualità che sia il selezionatore medesimo – specie se poco scaltro – ad avere online foto in atteggiamenti imbarazzanti. Ci ho pensato su. Alla fine ho scelto la coerenza, presentandomi ai colloqui di lavoro con una foglia in testa.
2. I vostri cv, benedetti ragazzi. E le relative lettere d’accompagnamento. Che la vendetta di Montezuma (aka il cagotto perenne) perseguiti senza pietà l’inventore del formato europeo o come diavolo si chiama, quello per cui i cv oggi sono tutti standardizzati e per trovare un briciolo, un lume di personalità, lo devi cercare nella lettera d’accompagnamento. Se c’è. Sì, perché a volte nemmeno c’è e il cv ti arriva così, appeso al filo di un’email con una molletta da bucato, che basta un colpo di vento e flop: ed è subito cestino. Meditate.
E qui il consiglio è semplice. Le parole chiave sono due. Read the rest of this entry »
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Reduce da un’evento Ignite Night che ci è piaciuto un tot, qui domani si riparte.
Nuovo blogtour a Zurigo per conto di Zurigo Turismo (oh yes, come sapete mio cliente).
L’altra volta fu a luglio e mi portai in gita 4 semisconosciuti che ora sono 4 amici (e alla bisogna preziosi collaboratori). E c’era caldo e facemmo il bagno e raccontammo tutta quanta la nostra Zurigo lowcost su Whynotzurich.
Stavolta sarò con due ragazze, una a me molto nota e una tutta da scoprire: Miro di Nomadistanziali e Federica di Viaggi Lowcost. Stavolta ci sarà il Natale, le mille luci, l’atmosfera e naturalmente i mercatini. E anche stavolta raccontiamo tutto su Whynotzurich. E su Twitter e FriendFeed. Quindi followateci, subscribateci, taggateci, laikateci, linkateci e tutte le possibili coniugazioni dei verb2.0.
Ma tutte le cose meravigliose prima o poi finiscono e anche io dovrò lasciare le mille luci di Zurigo e i suoi mercatini di cianfrus… deliziose sciccherie natalizie per tornare a sudare dietro a una pianola. Si torna e si sale direttamente sul palco: sabato 28 novembre siamo di nuovo a Spazio perché è il compleanno di Mariano. Ed è a causa sua che siamo questa band MN & i Contenuti Speciali. E quindi è colpa sua se da tre anni ci divertiamo ‘na cifra.
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Ultimamente ho scoperto che c’è un filo comune che lega i posti dove io faccio la pausa pranzo. Ed è un filo lungo una decina d’anni a cavallo di un paio di città, Pavia e Milano. E io non è che li scelgo, giuro. Semplicemente io ci torno. Sono loro, sono i bar, che scelgono me. E io lo scopro solo anni dopo.
Prima di tutto, i nomi. I bar dove mangio io hanno nomi anglofoni ma paesani, spesso con l’errore ortografico tipo Number One, Bar Simpaty, Micky Mouse.
Poi, sul bancone o nella vetrinetta, i bar dove mangio io hanno paste, crostini e stuzzichini dall’età incerta, delle vere “luisone” per dirla con Benni.
I bar dove mangio io hanno di solito una cameriera bella, ma con almeno un evidente difetto fisico: una vistosa zoppìa, un baffo malcelato, una cicatrice sul viso.
I bar dove mangio io hanno in cucina una signora che non può mai avere meno di 70 anni.
I bar dove mangio io hanno la gazza, sì insomma la rosea, consumata e imbriciolata già alle 9. Hanno un arredamento improbabile, a volte hanno addirittura la moquette.
I bar dove mangio io, sanno che io lì ci vado per mangiare (e per leggere un giornale o un libro). Quindi due cose fanno: mi danno da mangiare (“gliene ho messa un po’ di più di peperonata che l’ho visto pallido”) e non rompono mai i maroni, chiedendomi che ne penso del Grande Fratello per dire.
Nei bar dove mangio io, lo stuzzicandenti è un diritto garantito costituzionalmente e la scarpetta nel piatto è una prassi consuetudinaria diffusa e apprezzata.
I bar dove mangio io sono sempre a gestione familiare, ma ormai sono certo che l’aggettivo non riguardi solo le persone al di là del bancone.
Nei bar dove mangio io, con meno di 4 euro ci mangi panino e acqua. E il resto che ti devono te lo scrivono su un biglietto col timbro o la firma. E ogni giorno quando ti danno il resto, aggiornano il foglietto sguincio che ti metti nel portafogli. E così non ci spendi mai un ticket intero per mangiare e al sabato con quel che hai risparmiato, ti giochi tre ticket e fai un figurone perchè torni con le pizze. Margherite però.
Ogni tanto, a malincuore, io non ci vado a mangiare nei bar dove mangio io. Perché i clienti o i colleghi mi portano altrove. Dove per mangiare investi minimo 3 ticket e poi non è detto nemmeno che ti sfami.
Però poi il giorno dopo la signora settantenne e la cameriera baffuta si informano: “Oh bentornato, dottore, è mica stato malato? Venga che le ho fatto la trippa come piace a lei, o vuole il brasato?”
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Cose che non so o che ho dimenticato.
Guidox e Paolax sono due tuoi amici, adulti ultratrentenni single, che recentemente hai presentato l’un l’altra. Metti che Guidox ti manda un sms che dice: Mi dai il numero di Paolax che la corteggio? (in realtà dice “che gliela batto”, ma il tema di oggi non è il linguaggio e tu sai che è animato da nobili intenzioni).
Metti che tu sei convinto che ci siano tra i due ampi spazi di compatibilità e in qualche modo auspichi tra loro uno scambio di rose che fioriranno e di fluidi che affluiranno.
La questione è: 1. sganci a Guidox il numero di Paolax? 2. Chiedi a Paolax il permesso di farlo? 3. La informi a cose fatte?
Poi vi dico cosa ho fatto io.
PS: per non violare la privacy dei protagonisti della vicenda ai loro nomi propri è stata aggiunta una x.
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Quest’anno CINESTESIA ha scelto il cinema americano. Dopo una full immersion tra film tedeschi, francesi, inglesi e italiani, stavolta si varca l’oceano. E si approcciano nuovi generi: accanto alla commedia e al melodramma suoneremo qualche roadmovie e un paio di western.
CINESTESIA riparte martedì 13 ottobre alle 21, a Spaziomusica, a Pavia, con “Il circo, di Charles Chaplin.
Ci trovate anche su Facebook, Myspace e youtube.
Ma noi preferiamo se venite a Spazio. Ci si vede lì. Ci si vede al buio.
Calendario stagione 2009-10:
BIANCO E NERO A STELLESTRISCE
Il grande cinema muto americano
mart 13 ottobre 2009
The Circus (Il Circo), 1927, Charlie Chaplin
mart 10 novembre 2009
The Crowd (La Folla), 1928, King Vidor
mart 8 dicembre 2009
The winning of Barbara Worth, 1926, Henry King
mart 12 gennaio 2010
The Black Pirate (Il Pirata Nero), 1926, Albert Parker
mart 9 febbraio 2010
Beggars of life, 1926, William A. Wellman
mart 9 marzo 2010
The Wind (Il Vento), 1928, Victor Seastrom
mart 13 aprile 2010
Broken Blossoms (Giglio Infranto), 1919, David Wark Griffith
mart 11 maggio 2010
Underworld (Le notti di Chicago), 1927, Josef von Sternberg
mart 8 giugno 2010
The Cameraman (Il cameraman), 1928, Edward Sedgwick
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Pensando alla Blogfest ho avuto un po’ di saudade dei vecchi tempi. Ho pensato che una delle cose che mi eccitava da pazzi era andare lì a un blogrodeo a una blogfest a un blogaperitivo e vedere che faccia e che occhi avevano il caio, la tizia e i semproni, che leggevo da mesi ignorando ogni cosa di loro tranne quei pezzi delle loro vite e dei loro pensieri che ti bevevi sui loro blog dalle loro parole.
Parole.
Che in quell’occasione d’incontro diventavano volti, suoni, occhi, a volte tette.
Sì perché nel caso di tizia, anche il punto di domanda sulle tette aveva la sua legittimazione.
Ora invece è tutto diverso perché tutti ci mettono (ci mettiamo) la faccia (a volte anche le tette) su questo web.
E’ giusto così, mica stiam qui a far del luddismo, ma non c’è più quel brivido lì che a me piaceva tanto.
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La premessa è che io di arte in generale so ben poco e di contemporanea ancora meno. Beh, Sono una vera capra. (Beh, be’, beee, appunto).
Dopo questo libro (Lo potevo fare anche io, di Francesco Bonami) forse lo sono un filo meno. E in ogni caso mi ci sono divertito una cifra. Ci sono anche idee, concetti e riflessioni, sì, ma soprattutto ci sono storie. Storie di persone, in questo caso artisti. E’ un libro, va da sé, pieno di creatività, ma non solo nell’argomento. Anche e soprattutto nel linguaggio e nello stile, che diverte sempre e non annoia mai. C’è quell’equilibrio leggero che aggiunge al saperne di una cosa il fatto di saperne parlare in modo interessante. Roba non poi così diffusa in giro. (Ah, per intenderci: questa è la mini recensione che ho messo su Anobii, ivi scoprendone altre decisamente critiche sullo stesso libro).
Una cosa mi sono chiesto, leggendolo. Quanto sarebbe stato diverso, per me visivamente e visibilmente ignorante, se questo libro avesse avuto… le figure? Se avessi visto immediatamente ogni opera descritta?
Perché guardarla, un’opera, quando puoi – guidato da parole così efficaci – semplicemente immaginarla?
Così penso che forse questo libro sia da leggere due volte. E la seconda con una mano sola.
No… che avete capito? L’altra su Google.
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“Nella nostra casa, ma dalla parte di là, quella della Margaret, è nato Fortunato Depero. Nella stessa stanza dove poi è nato anche tuo zio Rosario.”
Finché l’aveva detto mia mamma non è che ci avessi creduto molto. Ma poi l’ha detto anche il presentatore della banda musicale del paese, la sera di S. Rocco, facendo un gesto come dire “e scusate se è poco eh, che artisti eh, qui a Fondo, Val di Non”.
E in quel gesto però lui alludeva solo a Depero, non a mio zio. Per altro su Depero c’è offline e online un sacco di roba. Per dire: è uno che ha lavorato con e per Stravinsky e Picasso, oltre che con tutto il futurismo che conta, uno che ha “spezzato” e bullonato libri, ideato copertine per magazine di qua e di là dall’oceano. E ha disegnato poi nel 1928 la bottiglietta del Campari, tale e quale a ora.
L’influsso del Depero sulla mia vita è stato tuttavia infinitamente minore a quello di mio zio Rosario, che quando è nato era tutto blu e per fare in fretta prima che se ne moriva gli hanno dato il nome di una cosa che avevano lì, per le mani.
E per fortuna che poi non è morto. Sì perché dai ‘70 in poi, proprio lui mi ha raccontato i film che io ero troppo piccolo per vedere, mi ha prestato gli LP dei Beatles, dei Pink Floyd e di Battisti (ma anche dei Pooh e di Tozzi per verità storica), mi ha fatto giocare in lungo e in largo col suo plastico ferroviario dei trenini elettrici Lima, ha chiuso un occhio quando gli ho rubato i giornaletti porno che lui vendeva in edicola e mi ha prestato – a sua insaputa però – la casa per portarci la morosa a fare roba.
Quindi riasumendo: zio Rosario decisivo su cinema, musica e topa.
Il trenino elettrico, invece, credo sia in cantina, se c’è ancora.
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