E’ da quando ho cambiato lavoro che penso a questo argomento. Già, perché qui in Kettydo mi sono trovato di fronte una nuova dirimpettaia. Ma mantenevo un forte cordone ombelicale con precedente. E con le altre passate.
Già, la dirimpettaia, appunto. Un legame che non passa.
La dirimpettaia è la collega che siede di fronte a te, alla tua scrivania. Negli anni, da quando lavoro, ne ho avute diverse, ma non molte: solo quattro. Perché sono un pantofolaio stanziale, perché ho cambiato pochi lavori e quindi poche dirimpettaie.
Perché la dirimpettaia non è una collega qualunque. Perché è – e ben presto diventa – una persona speciale. Perché non tutte sono portate per essere dirimpettaie. Perché io, sia chiaro, ho avuto in dono le migliori dirimpettaie possibili e questo post ha l’intento dichiarato di farle sentire tutte speciali. E soprattutto di farle smettere di essere “gelose” l’una dell’altra. (continua…)
Tutte le mattine io la lego.
La lego al palo, la mia bici nera scassona e cigolante. La lego al palo all’angolo che c’è tra l’edicola e la stazione. Dall’altro lato dell’angolo, legata allo stesso palo c’è un’altra bici, un po’ meno scassona e blu.
Alla sera quando arrivo l’altra bici è ancora lì. Certe volte al mattino presto arrivo prima io, altre volta la trovo già lì.
Non so di chi sia, quella bici gemellata alla mia dal destino.
Ora, se questa fosse la trama di una commedia romantica, i due ciclisti pendolari un giorno per caso si incontrerebbero. Magari incrocerebbero gli sguardi proprio mentre stanno chinati con la catena in mano sulla ruota posteriore. Lei avrebbe i capelli ricci e le guance rosse per il freddo. Lui arrossirebbe un po’ nel suo cappotto troppo largo. Poi forse prenderebbe l’iniziativa. “Le posso offrire un caffè signorina?” (continua…)
Ed ecco il mio Post sotto l’Albero 2010, scritto per l’omonima raccolta orchestrata da Sir Squonk.
E’ ambientato su FriendFeed come vedete.
Per i miopi (come me) lo posto anche tutto quanto in formato PDF qui PslA 2010 Zio Burp – Web2.0, il Natale dei brand.
Toh, è arrivato il Post sotto l’Albero 2010, tradizionale raccolta di blog post (di argomento tendenzialmente natalizio) che Sir Squonk confeziona con cura da una manciata di anni: 6 o 7 direi.
Ricordo che quando ho mandato il mio primo PslA ero ancora uno splendido trenta-e-qualcosa-enne.
Ah stavolta ho messo in scena un tristissimo natale sul web2.0.
Buona lettura e grazie al Sir.
Salgo in treno. Lui e lei al mio fianco parlano della loro giornata di lavoro. Lui le dice che ha dovuto fare la coda sotto la pioggia per beggiare. Io drizzo le orecchie. Lei dice che è pazzesco, che nella sua filiale si beggia solo al coperto. Io mi chiedo cosa significhi. Lui dice che potrebbero anche mettere delle pensiline. Così quando piove e devi beggiare, metti che c’è la coda, non ti bagni.
A questo punto forse ho capito cosa significa. Ho chiaro che non c’entra con Andrea Beggi. Mi chiedo se si scriva beggiare o badgere o badgare.
Temo che qualcuno della Crusca prima o poi dovrà decidere come si scrive.
Penso: finalmente qualcosa da scrivere sul blog, e che diamine!
E poi come capita ogni volta che mi imbatto in un neologismo, ho subito paura che mi scappi via di nascosto una parola del passato. E allora mi tuffo – carpiato nei ricordi – e ne afferro una a cui sono affezionato. E la parola a cui mi aggrappo è… lo scrivo nel prossimo post.
Giovani neo-colleghi e compagni di stanza,
sia io che chi vi ha messi seduti a codesta scrivania ci auguriamo che abbiate capacità e predisposizione alla scrittura, all’uso della scrittura come strumento quotidiano di lavoro. Tsk. Non fate quella faccia: non pensare che imparare a scrivere significhi solo non fare errori e scrivere in modo corretto. Per quello ci sono le scuole (e immagino che le abbiate già fatte). No, qui dentro per noi scrivere è molto, molto di più.
Scrivere è informare, raccontare, convincere, incantare, nascondere, coinvolgere, sedurre, divertire. A volte scrivere è persino tacere.
Scrivere è comunicare, sì.
Ci sono i libri (ma ci sono anche quelli inutili), ci sono i corsi (anche quelli fregatura), ci sono i maestri (anche quelli incapaci o svogliati). Sì, come in tutte le cose da imparare.
E poi ci sei tu (e passo al “tu” perché idealmente vi guardo uno per uno).
Ci sei tu e tutto un mondo intorno da cui imparare. Perché il modo più semplice e più efficace per imparare a scrivere è guardarsi attorno, leggere, smontare e rimontare, copiare.
Il mondo intorno a te è pieno di cose scritte. Quando una di queste ti piace, non voltare pagina. Rivolta lei. Quella frase, quel passaggio, quella pagina. Perché ti è piaciuta così tanto? Perché ti ha convinto a comprare un oggetto, a votare per un signore, a visitare un sito? Perché ti ha fatto sobbalzare, ridere (o rodere), oppure piangere? Quella frase poteva essere scritta in 10, 100, 1.000 modi diversi. Che cosa l’ha resa speciale. Smontala, guardaci dentro, rimontala. Togli un pezzo, spostane un altro, giocaci come coi Lego. Scoprirai che cosa ti ha fulminato. Un aggettivo, un verbo, il ritmo. Una ripetizione, una contraddizione, un’assenza. Un colore, una musica, un profumo.
E poi copia. Copia da quelli bravi.
Sceglili tu chi sono quelli bravi, mica posso dirti tutto io. Li trovi nei romanzi, nei giornali, sul web. Ma anche sui muri, nelle poesie, nelle canzoni.
Non pensare che io intenda a tutti i costi insegnarti a scrivere.
No, mio giovane amico, no. Non credo che, se non fosse minimamente nelle tue corde, ne sarei capace. Né che – in questa vita, con questi ritmi – ne avremo mai il tempo.
E ora dai, bando alle chiacchiere.
Lasciami lavorare.
Sono in metro, linea tre, la gialla, una qualsiasi delle mie mattine. La strada la so, piastrella dopo scalino, inutile guardarsi intorno. Oggi niente musica in testa. Ho un libro. Entro nel vagone mi aggancio, apro il libro e chiudo il resto. E tiro dritto.
Ma poi entra lei. Che ha capelli ricci e rossissimi ed è la seconda cosa che penso. La terza cosa che penso è che è uguale a Violet Baudelaire, ma da grande. La prima cosa che penso – e che non smetto di pensare durante la seconda e la terza – è che lei è bellissima.
Mentre faticosamente fingo di non guardarla, lei si piazza proprio davanti a me e inserisce lo sguardo fisso altrove. Che è quella specie di scudo che usano a volte le ragazze o le donne in metropolitana, specie se attraenti. Il suo sguardo fisso altrove è sui toni del grigio e del verde ed è perfetto. Perfetto per attirare la mia attenzione.
Ma c’è qualcosa che mi stordisce ancora di più. Ha le cuffie ed è così vicina che riesco a sentire cosa sta ascoltando.
Cazzo. Ascolta Coltrane.
Lei. Sta. Ascoltando. Naima.
Uno dei temi più belli e magici di sempre. Che John dedicò alla moglie.
Estraggo l’iPod e mi metto a srotellare. Ce l’ho anche io, quella Naima lì. Voglio raggiungerti, rossa. Voglio entrare in paradiso un momento con te, prima che tu scenda. Uniamoci ora qui sul metro. Almeno musicalmente intendo.
Indosso le cuffie un po’ lasche, come le ha lei, in modo che ne esca il suono. Metto Naima e non contento di sentire il tenore coltraniano che mi accarezza i timpani, voglio che siamo unisoni. Io e la rossa, sì. E John galeotto sullo sfondo. Voglio che la nostra Naima sia una sola, sincronizzata come fossimo un solo paio di orecchie. Voglio che ci proviamo, anche se lei non lo saprà mai. Forse. E così, smanetto e ascolto e srotello, finché magicamente le nostre cuffie trasmettono insieme la stessa magia in perfetta sincronia.
Intanto la metro si è svuotata e forse anche la mia fermata è passata ma ora non m’importa. La rossa però improvvisamente sgancia lo sguardo dal suo altrove e lo punta su di me. Si scosta un auricolare e ascolta. Sente Naima doppiamente stereo, unita e incatenata solo per noi due. Il vagone è vuoto. Lei sorride ed è un lampo grigio verde. Io capisco che lei ha capito e sento che vorrei, dovrei scappare. Ma lei mi indica, sorride, scuote la testa vagamente incredula e in quel momento si aprono le porte della metro ed entra un giovane col chiodo, tutto borchiato e piercingato, che si agita al ritmo di una musica che non capisco da dove viene ma Naima non c’è più e lui ha un orologio al collo e si mette a ballare oscenamente davanti alla rossa che non sorride più e la musica che rimbomba sempre più forte e lui sghignazza e lei la vedo che ha paura ma non posso parlare perché la musica è troppo forte e quella musica porca puttana è proprio quella lì.
Guardo il soffitto.
Spengo la sveglia.
Scendo dal letto.
Com’è noto io qui non scrivo tanto spesso del mio lavoro. Forse un po’ perché nel mio lavoro scrivo già abbastanza.
In realtà ultimamente scrivo più spesso qui del mio lavoro, com’è più giusto che sia.
Però ultimamente, in un ultimo pindarico volo da free lance, mi sono occupato di assicurazioni e non l’avevo mai fatto.
E ho scritto tutto un sito. Tutto dalla a alla zeta, passando per l’acca, la ti, la emme e la elle.
E già queste sono due notizie, che mi pareva il caso di dare.
L’azienda la conoscete tutti, qualunque sia la vostra assicurazione: è quella del telefono (e del mouse) rosso.
Non si tratta di un lavoro particolarmente creativo, ovviamente. Ma è un buon lavoro, quindi io me la posso pure tirare un po’.
Tra l’altro, avendoci lavorato a Carnevale, vi informo che il nuovo sito di DirectLine concorrerà al premio “Miglior sito web scritto indossando copricapi originali”.
L’unica volta che mi sono messo a scrivere un racconto di paura, mi stava venendo così bene, che a metà ho dovuto smettere perché avevo una paura fottuta.
Mi succede anche coi racconti erotici. Ma lì smettere è più divertente.
Mi piace perché è una piccola tradizione; quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni. [...]
Con queste e altre parole ancora, Sir Squonk presenta il Post sotto l’albero 2009: “And… we’re back! (PslA strikes again, 2009 version: “Hop Hop Hop”.
Come mi capita da qualche anno (tre o quattro, direi… come sarebbe a dire cinque?), ci sono anche io. Raschiando il fondo del barile però.
Ché lo scorso anno mi ero fatto aiutare dalla settenne.
E stavolta ho riciclato un post già pubblicato qui sopra pochi giorni prima.
Shame on me e buona lettura a voi.
Scaricatelo qui.
Diffondetelo a piacere.