Ascolti/Musica

“Planet Earth” live: a Milano con l’Orchestra Verdi

Quello che ho visto la scorsa settimana all’Auditorium di Milano non era esattamente un concerto. E nemmeno un film. O meglio era un docu-concerto. O un concertumentario. Mi viene il dubbio che ci sia un termine inglese perfetto, ma qui da noi non è ancora arrivato. O sono io che ancora non lo so.

Insomma per capirci: proiezione di film documentario con colonna sonora eseguita live dall’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi.

Ora non so se avete presente il cicli di film Planet Earth, prodotti dalla BBC un paio di anni fa. Un’opera enorme: qualcosa come 5 anni di riprese. Sono usciti in dvd e sono probabilmente lo stato dell’arte quanto a doumentari naturalistici. La musica è quella di George Fenton, scritta proprio per quest’opera, che è diventata per ovvie e comprensibili esigenze divulgative, una serie di piccoli film a tema di una decina id munuti l’uno. Il commento non c’è. Dopo una breve introduzione del direttore che ti contestualizza la scena, c’è solo la natura. E la musica.

Vederli con l’orchestra dal vivo è un’esperienza ammaliante. Innanzitutto ti rendi conto di quanto è decisivo il tema della sincronizzazione. Ormai quando guardiamo il cinema o la tv, non stiamo nemmeno a pensare a quanto, in sede di montaggio e di composizione, si possa aver lavorato su uno stacco, un crescendo. Quando tutto è live, ti rendi conto che la precisione millimetrica della tecnologie è qualcosa di iraggiungibile. Per quanto il direttore abbia un monitor, per quanto sia lui che può accelerare o attendere, c’è sempre un micro sfasamento, che è poi quello che ti conferma che è tutto “live. E l’orchestra, quando è live e pompa, non c’è Dolby Surround o 5+1 che la possa battere. Nelle scene d’azione per esempio: dove parte il rombo dei timpani che ti senti quasi in un western e ti vedi un leopardo delle nevi, animale bellissimo che vive in un posto sfigatissimo, che insegue a rotta di collo giù per una rupe una specie di pecari e riesce a mordergli solo le terga prima che questo si tuffi. Sì perché il leopardo delle nevi non sa nuotare. Invece l’orchestra sinfonica sì, che sa nuotare. Dovete vedere come se la gioca bene con i delfini per esempio. E sa volare. A proposito di volare: avete presente quelle riprese fantastiche dall’alto di mandrie di animali, inseguimenti, migrazioni? Ecco, lì scopri come le girano. Con una piccola mongolfiera che sicuramente è l’ideale dal punto di vista della sostenibilità e della (non) rumorosità. È un po’ meno maneggevole, certo, e nell’episodio dedicato alla vitaccia (stupenda però) che fanno i documentaristi, vedete la mongolfiera entrare in un baobab. Con i due piloti a bordo.

Io vi direi. Ci sono altri spettacoli di questo ciclo Planet Earth. Andateci e se ne avete portateci i bambini. Che se i documentari sono abituati a vederli, il bello sarà farglieli ascoltare. Che oggi come oggi quante occasioni hanno i bambini di ascoltare un’orchestra così, tutta intera, dal vivo?

E tenetevi pronti a fare diversi “ohhh” di meraviglia insieme a loro.
E tenetevi pronti a spiegargli che la natura è bellissima e crudele.
E se il coniglietto, sì quello puffosissimo, viene catturato dal lupo, è perché da qualche parte è scritto che lui debba salvare col suo sacrificio i cuccioli del lupo.
Amen.

 

Mestiere di Babbo

C’era una volta un bambino che voleva volare

C’era una volta un bambino che voleva volare. 
Un giorno prese tra le dita una farfalla e si sporcò le dita con il colore delle sue ali. “Le farfalle, se gli togli il colore dalle ali, non volano più”, gli spiegò la mamma. 
Lui ebbe un’idea. 
Passava le sue giornate al parco, a caccia di farfalle. Divenne abilissimo a catturarle e a rubar loro il colore. Teneva tutto in un secchiello, sotto al letto. 
Una mattina di maggio, il secchiello era pieno: tutto era pronto per l’impresa.
Si mise la camicia bianca della comunione, si spalmò sulle spalle e sulle braccia tutto il colore che aveva raccolto. 
Salì sul tetto del palazzo in cui viveva. Aprì le braccia e si lanciò.

SPLAT

Non funzionò.
La sua camicia, però, era davvero bellissima.

Mestiere di Babbo

Dyson: stermina gli acari e fa felici le mogli

Da qualche settimana, siamo felicemente dysoniani.
Qui si racconta di come anche tu puoi far felice tua moglie invece che col solito ormai banale anello di brillanti, con un elettrodomestico all’avanguardia. Che garantisce prestazioni eccellenti. Che stermina gli acari che anche se non lo sai si affollano casa tua. Che è perfetto specialmente per chi soffre di allergie. Che è anche un prodotto un sacco sexy. Cioè a me, uomo, mi fa proprio quell’effetto lì.
Qui si racconta brevemente di come anche tu se dopo avermi letto, ti interessa un Dyson, puoi averlo con il 50% di sconto con il coupon che – io con i miei poteri di superzio – ti faccio avere. 

Tutto è nato da Dyson e The Talking Village che hanno scelto un panel di mamme (inclusi io e Claudio Gagliardini) per invitarle a conoscere e provare il prodotto. C’erano un medico allergologo, un ingegnere dysonologo, un video documentario e una prova su strada. Su pavimento. Dyson si è letteralmente mangiato la concorrenza (e tutta la polvere ivi appositamente sparsa sul pavimento). Dyson tira su la polvere come e più di tante rockstar in declino: forse solo un Maradona ancora in carriera potrebbe batterlo.

E non fa nemmeno tanto rumore. In casa mi piace un sacco vederlo dormire accanto alla fisarmonica. Due oggetti pazzeschi se ci pensate: lei contiene un numero pazzesco di ance di legno, e lui, il Dyson, 15 turbocicloni. Lei ha 50 anni e lui un mese. Lei aspira e soffia fuori musica, lui aspira e stop.
Lui stermina l’acaro catturandolo. Lei si limita ad assordarlo (quando la suono male) o a innamorarlo (quando la suono bene). Giusto la settimana prima che arrivasse Dyson, ho trovato un biglietto, vergato a zampa, in cui le femmina acaro di casa mi chiedevano compatte se potevo imparare a suonare il tango (“che nella vita serve sempre”, cit.).
Non ho poi risposto.
E ora saranno tutte morte, romantiche sì, ma maledetta mangiatrici di carne morta.

La mia sfida dysoniana è stata vedere moglie che passa l’aspirapolvere di meno, perché questo è più efficace del precedente. È stata vedere sul pianerottolo, una colonia di acari in fuga che implorava ospitalità dal mio vicino. Dato che quel vicino mi sta cordialmente sui maroni, gli ho suonato il campanello con una scusa qualunque (“Salve, le ha poi scritto l’amministratore per quel problema che lei così gentilmente ha sollevato nell’ultima assemblea in relazione alle spese di spurgo dei tombini del cortile?”), dando modo alla colonna infame (cit.) di scivolargli in casa agevolmente. L’ultimo acaro mi ha fatto persino l’occhiolino, già.

E poi, scusate, c’è l’aspetto sexitudine.  Il rapporto tra Dyson e mia moglie inizia a essere decisamente intimo. Ho saputo che ieri, lui, in un impeto irrefrenabile, le ha risucchiato la camicia da notte. Mentre lei la indossava!

E qui sotto ci sarebbe pure un video, il primo di alcuni che mi sto divertendo a girare. Solo che finché non riesco a embeddarlo per bene, vi conviene vederlo su Instagram. Oppure a questo link  

Quindi riepilogando. Questo Dyson è una assoluta figata, scusate il tecnicismo.
Se ti interessa averne uno al 50% di sconto, non perdere tempo fatti vivo-a subito scrivimi qui nei commenti o alla mia email (o su Facebook, Twitter e dove vuoi).

Ecco i modelli tra cui puoi scegliere:

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Ascolti/Musica

Il violino: una lezione concerto in prima elementare

L’idea di andare a suonare il violino il prima elementare è stata di Viola (anni 6).
Lei suona da poco più di un anno, ha avuto la fortuna di trovare la miglior maestra in circolazione e tra le due, come in parte sapete già, c’è un feeling decisamente invidiabile. Ai limiti dell’innamoramento ecco.

Viola è una bimba “esibizionista”: studiare le piaciucchia sì, ma adora avere un pubblico. Tipo che se viene il dottore a casa a visitarla lei non lo lascia andare via se prima non gli ha fatto sentire (almeno) un minuetto di Bach.
Però questa cosa del suonare a scuola, naturalmente non poteva essere così immediata e improvvisata. Quando ho capito che Viola faceva sul serio, che voleva davvero esibirsi nella sua classe, quando le sue richieste in merito iniziavano a superare la soglia tollerabile delle 30 volte al giorno, mi sono deciso. Ho chiamato la maestra Filomena (che da anni mi invita a leggere storie al mattino nelle sue classi e che non vedeva l’ora che facessimo qualcosa anche con la musica). Le ho chiesto se ci fossero “problemi” sia burocratici, sia soprattutto verso gli altri bambini: se in qualche modo insomma era d’accordo che Viola assurgesse a protagonista unica di un piccolo evento musicale in classe.
Una volta rassicurato, le ho proposto un miniformat: io, Viola e la sua maestra cogestiamo in un’oretta una piccola lezione-concerto.
A quel punto ho chiamato Silvia, la maestra di violino.
Non ci ho messo molto a convincerla, seppure per lei l’idea di andare in una classe a suonare non sia una novità assoluta, come per me dato che lo fa di mestiere ogni dì.
Quindi le ho detto: Metti che uno o due di quei bambini, ben stimolati da noi, poi diventano tuoi allievi (e questa era la leva economica).
E poi: Metti che anche solo uno o due di quei bambini, ben stimolati da noi, poi vanno a casa e dicono che vogliono ascoltare il violino, o la musica classica. O anche solo della musica. (E questa era la leva sentimentale, messianica). Insomma Silvia, in un caso o nell’altro, con un’oretta di volontariato nostro, abbiamo già migliorato il mondo no?
Silvia era al telefono, e ha sorriso forte.

Il miniformat inizia, ovviamente, mi conoscete, con una storia.
Ho scelto di leggere, da un libro di cui vi parlerò e che ho comprato al Museo Stradivari di Cremona, una leggenda zingara sulla nascita del violino. Mentre leggevo, la maestra Silvia mi accompagnava con lo strumento.
Poi ho passato la palla a lei, che ha mostrato e raccontato in breve cosa è e come funziona il violino. Il gesto dei crini di cavallo “sganciati” dall’archetto e fatti accarezzare ai bimbi è stato un vero colpo di teatro.
Quindi, mentre fioccavano le domande, stava scadendo ahimè anche la mia ora di permesso dal lavoro. E pure Silvia doveva tornare alla sua scuola a insegnare ai suoi bambini. Quindi, consci che avremmo potuto restare lì tutta la mattina e non saremmo mai rimasti senza argomenti… abbiamo lasciato spazio al finale del miniformat: il mini concerto. Viola e Silvia insieme hanno suonato Bach. 

Se mi conoscete, sapete che quando sono uscito da scuola quella mattina avevo un sorriso grosso così.
E camminavo su un cuscino d’aria.

 

Leggere/Scrivere

La Casa delle Storie: un teatro da SpettAttori

Ogni qual volta la mia amica maicontent, con cui condivido svariate inclinazioni e affezioni per tutto un coloratissimo universo popolato di fiabe, illustrazioni, attività e app per bambini, ogni volta che maicontent mi diceva della Casa delle Storie io drizzavo le orecchie e aspettavo. E diventavo sempre più curioso.

Mi incuriosiva da un lato l’entusiasmo e la passione che ci metteva lei, Antonella, nel raccontare i loro spettacoli. E nel sottolineare il fatto che da parecchi mesi purtroppo ormai la compagnia era rimasta senza un teatro, senza una casa per le sue Storie.
Mi incuriosiva dall’altro proprio il carattere distintivo del loro lavoro, il plus direbbero quelli che masticano il marketing, il concetto di teatro per SpettAttori. 
La notizia di queste ultime settimane è che la Casa delle Storie ha trovato casa al Teatro della Luna e finalmente li ho visti in scena. Anzi, di più, sono stato in scena con loro. Anzi di più siamo stati sul palco con loro: ed eravamo per fortuna in parecchi, tra genitori e bimbi. Più una nonna. Sì perché  per l’occasione, oltre a una figlia di 6 anni ci ho portato anche mia mamma. E nel momento iniziale in cui vengono “assegnate” le parti mi sono augurato due cose:
1. Che a mia madre 72enne facessero fare qualcosa per cui non c’era da camminare troppo o troppo veloce (questo per il bene suo).
2. Che a mia madre (inesorabile, micidiale, imprevedibile chiacchierona) non dessero un ruolo in cui aveva delle battute o poteva prendersi qualche libertà dal copione (questo per il bene della rappresentazione stessa).

Così in questo Gatto con gli stivali, noi tre siamo stati di volta in volta mugnai, venditori di pentole, coniglietti, gattini e nobildonna di corte.

E non solo abbiamo visto e ascoltato una storia ben recitata, ritmata, musicata, ma ci siamo entrati dentro in quella storia. E sono certo che Viola oggi lo racconterà alla maestra e a tutte le sue amichette. E idem mia madre con il club delle vedove allegre al bar sotto casa.
Ed entrambe stanno parlando di una rana parlante e di un attore così magicamente felino da farci dimenticare che era in realtà un bipede come noi.

Come vengono assegnate le parti, vi state chiedendo? Con un meccanismo semplicissimo e pur tuttavia piuttosto ricco di mistero (teasing come direbbero quelli che masticano il marketing). Un meccanismo che non vorrei svelare perché vorrei che lo scopriste voi direttamente.  Andando a vedere, pardon, a partecipare a uno dei prossimi spettacoli.
Se ci andate, mettiamoci d’accordo ok? Soprattutto se  per caso vi portate anche voi una nonna chiacchierona.

Leggere/Scrivere

249mila km, il mio viaggio

249mila km, il mio viaggio.
Ho visto cambiare le facce, il clima, il paesaggio… sì un poco anche il paesaggio.
Ho viaggiato con sandali e scarponi da neve, in shorts e in cappotto. E tutte le varianti intermedie.
Ho viaggiato seduto, in piedi, sdraiato, schiacciato, aggrappato.
Ho viaggiato sopra e sotto terra, con e senza la bici  in mano.
Ma sempre con uno zaino in spalla.

249 mila km, il mio viaggio.
Ho viaggiato, letto, dormito, riso e anche pianto. 
Ho anche parlato, sì, una volta in viaggio si parlava, prima che tuii parlassero solo coi loro schermi.

249 mila km, il mio viaggio
Mi sono anche innamorato. Sì, 8 volte. 6 volte di libri, una di una ragazza e una di un uomo con la barba.

Ho viaggiato, per 249 mila km, avanti e indietro, in questi 12 anni. Pavia-Milano, Milano-Pavia.
E non ho ancora finito.

Poi una volta ho sbagliato treno.
Capita. Capita anche a noi pendolari. Era buio, il paesaggio non diceva nulla di sbagliato, ma c’era giuro nell’aria qualcosa di strano. Tutto era uguale ma niente e nessuno era al suo posto, persino l’odore era diverso.
L’odore dei pendolari ti sembra sempre uguale, finché non sbagli treno.

Nel buio, sono sceso come sempre alla prima stazione, la mia città, Pavia. E mi sono ritrovato a Lodi.
Lodi.
Il suono alieno di una meta inattesa, esotica.
Lodi come Timbuctù, Come Samarcanda, come Atlantide.
Ce l’hai presente Lodi, no? La prima a destra subito dopo le tue colonne d’ercole.

A Lodi quella sera nevicava fortissimo.
Sono andato nell’aiuola più vicina, ho aperto lo zaino e preso quel che mi serviva.
Dopo nemmeno 15 minuti avevo già tirato su la tenda.
Rossa.
Rossa nel buio della neve.
Rossa come quella del generale Nobile.

Poi ho sparato in aria entrambi i due razzi di segnalazione. Mi sono seduto e ho atteso.
Mentre aspettavo, ho realizzato che non avevo viveri. Ho iniziato a guardare in modo insistente un gatto randagio e dei piccioni. Non riuscivo a decidermi.

Dopo meno di un’ora, è arrivata mia suocera a salvarmi, con la sua slitta 5 porte, 1600 di cilindrata.
“Mio genero, I suppose…”

Da allora, mannaggia, non ho più sbagliato un treno.
Ma prima o poi ci riprovo.

 

Leggere/Scrivere

Le fiabe di Zio Burp: stavolta “live” a Pavia

- Perché è un peccato tenerle nel cassetto, le storie che ho scritto.
- Perché le mie figlie diventano grandi in fretta e presto qui in casa non avrò più un pubblico. 
- Perché quando le ho lette nelle loro scuole, ci siamo sempre divertiti un sacco.
- Perché quando le ho lette in pediatria, sono uscito che ero un uomo migliore.
- Perché sarebbe il caso di scriverne di nuove.
- Perché con Claudia che disegna e con Gipo sto bene.
- Perché tutte queste storie sono state suggerite o innescate da miei dialoghi con bambini. E dunque è giusto restituirgliele.
- Perché poi forse da grande faccio il cantastorie e basta.

Per tutti questi buoni ottimi motivi vi aspetto, grandi e piccini, domenica 29 a Pavia, alla Bottega del Commercio Equo in C.so Garibaldi.
Passate parola.
E se non avete un bambino, diamine, fatevelo prestare per l’occasione. 

Ascolti/Musica

La mia Aida all’Arena, in prima fila con #arenadiverona100

Sono circa le 23, sono seduto dentro l’Arena di Verona, semivuota, a un passo dalla buca dell’orchestra, deserta. A due posti da me c’è un tipo strano che sembra completamente fuori posto, ancora più di me. Vistosi occhialoni rotondi, coppolina di lana scura, giacca a vento blu leggera. Con gesto elegante, impugna un microfono immaginario e inizia a cantare, intonatissimo.

“Quando ti ho vista arrivare, bella così come sei…”
Poi mi fissa.
“Non mi sembrava possibile che…”
Provo un leggero imbarazzo. Nessun uomo ha mai cantato così per me, né così bene, né in un posto simile.
“Tra tanta gente che tu ti accorgessi di me.” E non una canzone a caso: non c’era nastrone romantico per la fidanzata in cui a cavallo tra gli 80 e i 90 non infilassi proprio “Questa lunga storia d’amore” canzone di Gino Paoli.
Tutto questo accade poco prima del terzo atto di Aida, nell’allestimento della Fura dels Baus.
Ora se permettete metto in pausa il cantante e vi racconto come ero finito lì.

Ebbene quest’anno si celebrano due centenari: il bicentenario della nascita di Verdi (sì certo anche quello di Wagner) e il centenario dell’opera lirica in Arena. L’intuizione di tre appassionati melomani nel 1913, di aprire quello spazio al bel canto, fu azzeccata eccome e fece dell’Arena il più grande teatro all’aperto del mondo e un posto speciale e magico per l’opera. La Fondazione Arena di Verona sta celebrando i centenari con un grande cartellone e con alcuni nuovi progetti di comunicazione. Uno di questi includeva portare un valido manipolo di blogger curiosi a vedere la prova generale della nuova Aida. E ora avete capito perché stavo lì. Gli altri miei colleghi di blogtour si erano accomodati assai più indietro, nelle poltrone a noi riservate. E io con loro, almeno in principio. Poi però, quatto quatto / dopo il primo atto mi ero detto: / “e quando mai mi ricapita ‘sto fatto?” Così avevo smesso di pensare in rima e mi ero avvicinato alla buca. Ora, io confesso di non avere una grande storia d’amore con la lirica. Anzi, per dirla tutta quella era la mia prima opera. La prima opera, in prima fila, con l’Arena vuota e la sensazione che quella meraviglia accada solo per te. Ora, io non so se avete idea di cosa sia un’orchestra di 100 elementi che ti suona a un palmo dal naso. E poco più in là i cantanti, con la voce nuda che arriva adappertutto in Arena, e quel centinaio di persone che nella tua ignoranza credi siano figuranti e comparse e poi quando iniziano a cantare, allora capisci che cos’è un coro. 
Ma la nostra giornata era iniziata parecchie ore prima. E avevamo visitato il backstage e incontrato le persone che guidano la “macchina” Arena. Uno pensa: mettono su un’opera, poi la tengono in cartellone per 10-15 repliche e poi la cambiano. No troppo facile. La cambiano ogni sera. È un cantiere continuo, l’Arena, con gente sul palco 23 ore su 24. Un’angelica guida ci aveva assai ben condotto lungo le sale del Museo dell’Arena con la nuova sezione del centenario. E quindi poi ci toccava l’anteprima assoluta dell’Aida della Fura. Che è come ormai saprete uno spettacolo nello spettacolo, tanto che non ho potuto poi evitare di registrarla su Sky Classica e godermela anche in famiglia, con esiti diversi in base alle età  (da “Papà sì sì fammi vedere ancora l’elefante elettrico” a “Papà, ti prego togli quella roba che devo vedere i Simpsons!”). Uh ora che ci penso, alla piccola devo ancora mostrarle gli animali di Aida disegnati da Tostoini.

E poi è bastato raccontarlo a mia mamma per ricordarmi che lei aveva un passato di loggionista alla Scala nella Milano degli anni ’50. E quindi si ricorda un sacco di arie e di storie. E invece mia suocera ha tutt’altra piccola ma significativa storia riguardante proprio Arena: un viaggio in tre, lei e i suoi genitori, da Voghera a Verona per vedere proprio Maria Callas in Aida nel 1958. Un viaggio fatto sulla moto col sidecar, roba d’altri tempi, da miracolo italiano, da vera passione popolare per il canto. E questa è una storia di quelle da raccontare in “Arena, la vostra storia è la nostra storia”, che è la tab su Facebook in cui si possono scrivere i propri ricordi legati proprio all’Arena.
E poi, sempre in questo anno del centenario, Arena ha lanciato i tweet seats, cioè posti speciali accanto al palco, a soli 10 €. E se non vi trovate proprio in prima fila, poco ci manca. Io ci andrei di corsa, devo solo trovare un paio di complici per non fare la strada da solo. E pensavo che ci vorrei portare, per esempio, mio fratello. O con Clara viaggiattrice che assai più di me si intende di opera e quando mi porta in scena con “Improvvisamente” mi infila sempre sul piano qualche suggestione operistica. O l’amico Tinez, che farebbe delle foto fantastiche. O Kate Bellosta che con me canta jazz ma ha una storia di studi lirici sulle (giovanissime) spalle. Oppure Sasaki Fujika e Pleonastica (Kristalla) i cui post con le trame delle opere riscritte in modo più “divulgativo” (diciamo volgare, nella sua accezione più pura) ho ritrovato proprio in questi giorni e ho capito quanto mi erano mancati.

“Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai”
Se non vi siete addormentati premo il tasto pause e partiamo col finale. Ok.

Sento dei passi alle mie spalle. Il mio cantante personale si alza. Sono i musicisti che rientrano nella buca dopo la pausa caffè. Il “mio” cantante li raggiunge, senza mai smettere di cantare. Scambia con loro qualche sguardo, in particolare con una violinista (a cui a occhio e croce stava dedicando il pezzo: ebbene sì, non era per me tutto quel serenare intonato). Poi si cava la berretta e la giacca e sotto ha uno smoking, come tutti gli altri, imbraccia un contrabbasso, uno dei 10 magnifici contrabbassi e prende posto in sezione. Il direttore si posiziona. Riparte Aida. È tutto bellissimo, visto da qui. Grazie #arenadiverona100.

Varie/Eventuali

Il camping Jolly e un weekend a Venezia (mapperò senza Venezia)

Al bottegon @ecvacanze #eliteblogtour #lovevenice #chioggia #ecvcontest #ecvjolly

I ragazzi di ECVacanze ci avevano invitati a un blogtour per famiglie, destinazione Roma, Camping Fabuloso, insieme ad altre mamme blogger come me, rispettivi mariti e compagni e il colorato e rumoroso seguito di prole dai 4 ai 12 anni. Ma noi quel weekend avevamo l’ennesima festa di fine scuola e abbiamo dovuto rinunciare. Così, davvero a malincuore, credetemi, abbiamo dovuto abbandonare a casa la prole (alè), per partecipare, invece, la settimana successiva a un blogtour per giovani (alè), noi due soli (alé), in una città che tutto sommato non è malaccio (Venezia). 

E così abbiamo passato un paio di giorni a Venezia. Cioè non proprio a Venezia, al Camping Jolly che sta a Mestre, ma è un ottimo punto di partenza da cui partire per esplorazioni della laguna. E anche della città ovviamente. Poi come spesso capita in questi camping, appena arrivi e provi la piscina (e subito dopo la cucina), cominci a pensare che chi te lo fa fare di uscire di lì? Questo Jolly è un po’ diverso dai villaggi più per famiglie in cui eravamo stati. Qui per dire, c’è la musica “unz unz” costante a bordo vasca. E alla sera ci sono i party e siccome in questo periodo è frequentato quasi solo da giovani variamente biondi, l’atmosfera è quella di un Erasmus party. Anche se io posso affermare con assoluta certezza – e altrettanta tristezza -, che questa moda dei party Erasmus, quelli veramente moderni, dove davvero si intrecciano usi e costumi ma prima di tutto si intrecciano le lingue, è una moda che è iniziata molto dopo che io ero tornato dal mio Erasmus spagnolo. Ma non divaghiamo.
A proposito di eros. Il programma comprendeva una “serata in maschera alla scoperta della lussuriosa Venezia di Casanova”. Io ero tutto frizzante, ma poi no, aveva ragione mia moglie: non si trattava di una serata per coppie scambiste. Peccato, eravamo tutti bellini con le nostre mascherine, sarà per un’altra volta.   

In realtà, a parte la compagnia simpatica e giovanissima degli altri blogger (di un paio potevamo essere a occhio e croce magari non proprio i genitori ma gli zii sì, ovviamente), a parte lo sguazzo in piscina e il fatto che si continuasse a magnare e a bere, l’unico rimpianto è che non abbiamo visto Venezia. O meglio, guardiamola così: la figata è che non abbiamo visto di nuovo la solita Venezia. Siamo stati invece una giornata intera in barca, a zonzo per la laguna.
Compresa la scoperta di Chioggia, dove la guida locale – che era un tedesco – ci ha portato nella casa di uno che aveva l’età e le sembianze di Buffalo Bill e probabilmente era Buffalo Bill.
Compreso il pranzo (spaghi al nero di seppia e poi un diluvio di cozze) ben cucinato a bordo e servito su una palafitta dei pescatori. (Non fatemi dire, per carità del signore, che c’era tra noi chi non mangiava l’aglio e dunque tutti abbiamo rinunciato all’aglio, non fatemi dire che la colpevole si chiama Valentina e che su di lei intendo rivalermi appena possibile non so ancora come, non fatemi dire, per altro, lei mi è anche simpatica, non fatemi dire, infatti non lo dico).
Compresa una quantità di chiacchiere scambiate con i due validissimi marinai. Con uno solo dei due in realtà: l’altro parlava chioggiotto stretto e quindi non si capiva una fava (non si capiva una mona, non si dice, mi sa).
Compreso un mesto bye bye a piazza S. Marco e al Canal Grande visti dalla barca, mentre esausti di sole e prosecco rientravamo alla base.

Unico lato negativo (a parte Valentina, non fatemi dire, sì, Valentina, che mi deve una pasta cucinata con molto aglio), ma non imputabile alla perfetta organizzazione: il trolleyare degli altrui trolley dei campeggiatori in partenza che ti svegliavano a ore antelucane.
E poi mi resta il dubbio sulla solidità dei bungalow. Essendo detti bulgalow plurifamiliari, resto dell’idea che se solo quelli dall’altra parte della parete si fossero messi a trombare con un minimo di impegno, sarebbe oscillato tutto, molto più che in barca. Ma d’altra parte il Jolly è un campeggio per giovani e tra giovani, si sa, a queste cose si fa agevolmente il callo.
Come dite? No, noi vicini non ne avevamo, quindi non potete neppure chiedere a loro se abbiamo oscillato noi.  

Qui trovate le mie foto. E qui i post di racconto e recensione di Valentina (che mi è simpatica, intendiamoci),  Paolo, Stefano, Claudia e Oriana (forse li mescolo anche un po’, suvvia, in memoria dell’ultimo prosecco), validissimi compagni di esplorazioni e di chiacchiere. 

Addio calli, lagune, battelli. Addio camping, piscina, prosecchi. Ciao Bella #eliteblogtour #lovevenice #campingjolly #ecvjolly @ecvacanze

 

Leggere/Scrivere

EasiYo: lo yogurt fatto in casa e il risotto al kiwi

“Tesoro, abbiamo una yogurtiera…”
“Sì, ce l’abbiamo è lì sotto ma è una cosa vecchia e scomoda infatti non la usiamo mai” rispose mia moglie.
“No, intendevo affermativo: abbiamo una yogurtiera! Una nuova.”

E fu così che entrammo nell’autoproduzione di yogurt con Easiyo, un’idea che viene da lontano, dal New Zeland, distribuita in Italia da QVC. Così ho scoperto che la yogurtiera è (solo) un grosso termos con dentro un altro termos e che per fare questo yogurt basta usare la confezione di preparato EasiYo, rispettare le dosi di acqua a diversa temperatura e lasciare riposare tutto una notte.
Così al mattino ti ritrovi un kg di yogurt. Che sembra tanto, intendiamoci, dire un kg di yogurt, ma poi ti metti ad assaggiarlo così, col cucchiaio direttamente dal termos e in men che non si dica è già diventato mezzo kg. Continua a leggere…