La vita delle stoviglie, ci avete mai pensato?, non è propriamente dinamica e avventurosa. Anzi la vita delle stoviglie è in realtà piuttosto noiosa. La vita delle stoviglie è, se mi permettete, una battuta, decisamente piatta.
Come dite? Dovevo fare il comico, vero? Naa. Io sono contento di quello che sono. Mi chiamo Paolino e sono un piatto.
Ma sono un piatto speciale. Non un piatto semplice, di quelli che si usano tutti i giorni, no. E nemmeno un piatto speciale da grandi occasioni, di quelli che si usano una volta l’anno. Ho due cugini e un nonno che fanno quella vita e passano l’anno a dormire in un armadio, vivono su una tavola e si sentono utili solo a Natale, cose da matti. Io non ce la farei. Continua a leggere…
Pubblicato su Style.it il 10 giugno 2011.
La prima volta che ho sentito nominare le mestruazioni c’era un errore. E anche l’ultima. Nella prima l’errore era di ortografia, nell’ultima l’errore stava nel tempo del verbo.
Il mio amico Sandro aveva due fratelli più grandi, e quindi del sesso sapeva praticamente tutto. Avevamo 8 o 9 anni quando prese la parola, un giorno a Ticino, per spiegarmi le mesturazioni. Le chiamò così, imprimendomi nella mente il gesto di quel mestolo che rimesta tra gli ormoni. Lo corressi, e lui che era abituato a essermi maestro non ci volle credere.
Scommettemmo. Consultato il vocabolario, vinsi un cornetto al bar dell’oratorio. Tiè. Io sapevo come si diceva, perché mia mamma me ne aveva parlato, e avevo capito come si scrivevano le mestruazioni. Cosa fossero restava, però, piuttosto misterioso. Continua a leggere…
In principio furono i rapanelli. E dell’orto primaverile ho già raccontato qui. E di tutte le soddisfazioni che mi ha dato, a me, che prima di allora avevo un pollice color verde killer. Poi è venuta l’estate e hanno trionfato i pomodori e i peperoni.

Fallimenti pochi. Solo le cipolle lunghe rosse sono state realmente una sòla e hanno segnato il passaggio alla stagione autunnale. Ma forse avevo sbagliato qualcosa io.
Ora siamo qui che alleviamo finocchi, spinaci e cime di rapa. E rapanelli ovviamente. I finocchi però sono smilzi assai. Gli spinaci, nonostante il nome incoraggiante (Gigante de envierno), sono poco più di un germoglio. Le cime di rapa aspettano il trapianto. La bieta da taglio ricaccia. Le fragole le ho eliminate a ottobre. Ho provato a seminare le carote ma ancora nulla. I finocchi ci sono ma crescono smilzi e il vento li scuote e ogni tanto li abbatte.
I rapanelli, già, quelli sono tornati al loro posto, al lavoro, in due cassette ben messe. Affidabili come un esperto centromediano metodista.
Per il prossimo anno ho grandi progetti, oh yes. Progetto – udite – l’espansione verticale: scaffali IKEA (i vecchi Peter) che innalzano al sole le cassette con le piante. Sogno piante pensili che discendono dalle finestre superiori. Indago su alberi di mele casalinghi (ce n’è una varietà praticamente priva di rami). Mitizzo una vite americana che ràmpichi sull’intera facciata. Ho persino attaccato bottone con un signore che ha l’orto comunale qui dietro casa. E mi (s)batterò per ottenerne uno appena possibile. (Ma se lo danno solo ai pensionati? Mi pensionerò in anticipo.)
Ma quel che mi rode a me, gente, quel che mi rode è il peperone. Sì perché a metà settembre ho sbaraccato gloriose piante (estive) per far spazio alle carote (mai nate) e ai finocchi (tristanzuoli). Mi sono liberato dunque di 4 piante di peperoni che prevedevo inutili coi primi freddi. E invece no.
Ogni mattina quando esco, ogni qual volta passo davanti al portone, l’occhio mi cade su una piccola aiuola (per altro pubblica) grande non più di uno zerbino, esposta al sole tanto quanto il mio balcone, in cui il vicino peruviano ha messo una pianta di peperoni verdi.
Che sono ancora lì, grossi così.
A metà novembre.
E io rosico.
È impossibile oggi scrivere un post su Genova senza pensare a quello che è successo venerdì. Noi a Genova eravamo stati pochi giorni prima. E questo è il post che ha atteso 4 giorni per passare dal taccuino in cui è stato abbozzato, a questa forma. Lo posto ora nella sua integrità, tenendone fuori quel che abbiamo provato dopo: la nostra infinita tristezza e partecipazione.
Quando una mia antica collega di una grande agenzia di traditional PR mi ha invitato – in quanto babbo blogger – a Genova per il Festival della Scienza ho pensato tre cose:
1. che anche le agenzie di traditional PR si muovono sul digital
2. che l’invito era azzeccato e gradito
3. che sarebbe stata un’occasione per (ri)scoprire Genova e scoprire il Festival della Scienza.
Ed è andata esattamente così.
In una di quelle giornate di sole che, dato che ti trovi a Genova, sembra marzo e non novembre, ci siamo divisi la giornata tra microfilm in plastica idrosolubile, antichi calcoli sumeri, scrittura cuneiforme, topi privi di testa e moscerini dotati di ali vestigiali.
Sutter ci ha offerto la spiegazione e l’esperienza diretta di un detersivo superconcentrato (ilSalvambiente) ospitato dentro una pellicola di plastica idrosolubile, in sostanza una piccola sacca trasparente. Ci ha ricordato quanti milioni di flaconi di plastica (non idrosolubile) all’anno diventano rifiuti da smaltire. E quanto l’ambiente potrebbe giovarsi di una maggiore diffusione della plastica che si scioglie in acqua. C’erano, al nostro turno, una dozzina di bambini con occhi e orecchi ben incollati all’esperimento. Io personalmente ne ho capito di più di come funzionano i detersivi: l’esempio del verme con la testa idrofoba e la coda idrofila è stato illuminante. Continua a leggere…
E’ da quando ho cambiato lavoro che penso a questo argomento. Già, perché qui in Kettydo mi sono trovato di fronte una nuova dirimpettaia. Ma mantenevo un forte cordone ombelicale con precedente. E con le altre passate.
Già, la dirimpettaia, appunto. Un legame che non passa.
La dirimpettaia è la collega che siede di fronte a te, alla tua scrivania. Negli anni, da quando lavoro, ne ho avute diverse, ma non molte: solo quattro. Perché sono un pantofolaio stanziale, perché ho cambiato pochi lavori e quindi poche dirimpettaie.
Perché la dirimpettaia non è una collega qualunque. Perché è – e ben presto diventa – una persona speciale. Perché non tutte sono portate per essere dirimpettaie. Perché io, sia chiaro, ho avuto in dono le migliori dirimpettaie possibili e questo post ha l’intento dichiarato di farle sentire tutte speciali. E soprattutto di farle smettere di essere “gelose” l’una dell’altra. Continua a leggere…
Dallo scorso maggio, come parecchi di voi già sanno, tengo una mia rubrica su Style.it “Dalla parte dei papà“. Uno spazio che condivido con altri due babbi blogger (che tra l’altro scrivono e raccontano benissimo le loro rispettive avventure e riflessioni).
Da oggi inizio a ripubblicare i miei pezzi anche qui sul blog, a qualche settimana di distanza dall’uscita su Style. Ecco il primo.
Buona lettura.
La scuola è cambiata. Quasi tutta.
Pubblicato su Style.it il 9 maggio 2011.

Mia figlia Alice fa la terza elementare e noi stiamo ancora cercando di orientarci. Il sussidiario non esiste più e il libro di lettura nemmeno. Il compito in classe si chiama verifica. L’inglese si studia fin dalla prima elementare e pure quasi il computer. Bisogna portare la “penna cancellabile”. La gomma pane è una specie in estinzione.
La maestra sono due maestre. O tre maestre. (Almeno in prima, poi deve esserci stata una qualche epidemia perché man mano ne è rimasta quasi solo una). Quella che chiamavamo ginnastica si chiama Educazione motoria, mentre il disegno ora si chiama Arte e immagine. I regoli, poi. Ma io ancora non ho capito cosa diavolo siano.
Il doposcuola si chiama tempo pieno. Sennò c’è il modulo, che è un po’ meno pieno del tempo pieno. Il bimbo handicappato ora si chiama studente con disabilità . Noi a scuola ci si portava le figurine, questi ci porterebbero il lettore mp3, il cellulare e la playstation. Nella classe di mia figlia ci sono bimbi di almeno tre etnie e relative religioni. Forse solo l’alfabeto è rimasto lo stesso, ma sinceramente non ci giurerei.
È stato quando Alice mi ha raccontato che la Macedonia stava nel frigo e che il vaso da notte rappresenta una città americana che ci siamo finalmente tranquillizzati. Grazie Pierino. Abbiamo tutti bisogno di saldi punti di riferimento.

Insomma, da quando ho una bici pieghevole (qui la vedete in ufficio) con le ruotine piccole con cui salgo sul treno e percorro ben 12 km al dì, essa si sta rivelando anche un inatteso strumento di socializzazione e conversazione. Il vecchietto del barsport (questa è quella che si piega in borsetta?), i colleghi (posso provarla? devo andare a fare una corsa dal tabaccaio…), la pendolare ferroviaria (ma paga il biglietto lei?) e soprattutto i bambini.
L’altro giorno, dalle parti di Corvetto, su un marciapiede bello ampio supero un terzetto così composto: babysitter al centro, che tiene per mano due nanetti sui 5-7 anni entrambi con regolare maglietta di Superman.
Pedalo veloce e sento una vocina: “Eh, ma quella lì è una bici da bambini…”
Sterzo dolcemente, scendo dal marciapiedi e risalgo proprio davanti al terzetto.
Frenata sicura, sterzando tutto, con leggera ma scenografica sgommata posteriore.
E poi mi esce una voce quasi western, con una gran grinta e un tono di sfida, ma nel complesso rassicurante.
“Questa non è una bici da bambini: è una bicicletta pieghevole, è la bici dei Supereroi. Anche Batman ce l’ha.”
Senza attendere replica, volto il cavallo e pedalo via, in una scia di muto stupore.
Sì, perché sono un 2-3 anni che con Kika13 e Vanz si era iniziato a pensare a un Musicamp. E l’anno scorso, prima edizione, avevo un impegno (musicale e ben retribuito, leggi matrimonio) proprio quel giorno e non ci sono andato.
Ma quest’anno ci sarò, al Musicamp, sabato 10 settembre allo Spazio Aurora, a Rozzano.
A suonare, direte voi. No, cioè non proprio.
All’inizio si era pensato di portarci “live” uno dei progetti attivi qui da noi in provincia (Dylan, de Andrè, Zappa) o ancora meglio di presentare “Cinestesia il cinema muto suonato dal vivo“. Ma poi per vari motivi di impegni dei musicisti, non si è riusciti quagliare con una di queste band.
E allora che faccio?
Semplice: presento il Jazzàlogo, con l’accento sulla seconda a. “”20 discutibili regole sull’improvvisazione”. Un esperimento che mescola musica e scrittura breve, che è stato già pubblicato qui sul blog e snocciolato day by day su Twitter, prima dell’estate. Un lavoro che condensa qualche anno di musica suonata, ascoltata, letta, discussa, chiacchierata e ovviamente improvvisata.
Diciamo che da un lato mi incuriosiva molto presentare qualcosa che non fosse solo musica. E dall’altro mi seccava però, parlare e basta, senza suonare una sola nota.
Ma poi ho trovato la soluzione. Stay tuned. Vi aspetto sabato al Musicamp.


I libri bellissimi sono quelli che puoi rileggere anche dopo tanto tempo e te li rigodi tutti ancora. Io mi scordo apposta le storie per potermele godere daccapo. No, non sono smemorato, non fraintendete. Mi sono educato a dimenticare.
Poi però ci sono i libri indimentcabili. Quelli che ogni volta che li rileggi, ti svelano qualcosa di te. E questi io li chiamerei proprio i “classici”, i tuoi classici. Perché sono quelli che ti hanno cambiato la testa, il cuore, la scrittura. O addirittura la vita. (Sarebbe bello allargarci. Quanti sono i “classici” nella vita di un uomo? Quali sono i tuoi? Ma ne riparliamo.)
Ecco, per esempio, un paio di estati fa ho ripreso “Natura morta con picchio”, di Tom Robbins (letto la prima volta nel 1994). E pensavo: madonna mia quante cose gli ho rubato io a questo stile qui, a questo genio qui. Ché prima di quel libro io mica scrivevo in quel modo. E lo stesso probabilmente penserei di “Castelli di rabbia”, di Baricco, letto nell’estate del ’96.
Ma non divaghiamo. Oggi si tratta di Pennac. Continua a leggere…
Qualche giorno fa (oddio ne sono già passati così tanti?) sono andato a curiosare all’aperitivo che Vodafone ha organizzato con genitori blogger per presentare il progetto InFamiglia. Un’idea pensata per essere accanto alle famiglie nell’uso più consapevole delle nuove tecnologie.
Io sono un genitore tecnologico? Sì, ma quanto? Mia figlia, classe 2002, è una nativa digitale? Tra quanto me la troverò su Facebook? (O su Google+?) A che età avrà (diritto al) il suo primo cellulare? Come faremo a vegliare sulle sue navigazioni e frequentazioni web? E il digital divide? E le dipendenze di cui si parla in giro?
Queste e altre domande io me le pongo abbastanza regolarmente. E le risposte me le do strada facendo. Per ora Alice conosce internet soprattutto per un paio di servizi e per il mio blog. Continua a leggere…