Ascolti/Musica

#inArena con i bambini: Madame Butterfly (e quello stronzo di Pinkerton)

 

No, non sono pazzo. Porto mia figlia di 6 anni all’Arena di Verona. A sentire l’opera. 

È una questione di bellezza. I più giovani devono conoscerla. La bellezza è dappertutto, se la sai cercare e ne sai godere. I più giovani devono poterla vedere, toccare, ascoltare.

Non sempre la bellezza è semplice, accessibile. Certa bellezza è difficile, talvolta. Ma non è mai impossibile.
I bambini sono molto più curiosi, aperti e sensibili di quanto molti di noi adulti pensiamo.
Certo, di fronte a un’opera d’arte complessa (come il melodramma), i bambini non potranno probabilmente cogliere tutto, ogni sfumatura, ogni aspetto.
Già, ma qualunque adulto che davanti all’arte, pensi di cogliere davvero tutto, è un tipetto presuntuoso. I più giovani in definitiva sono come noi: di fronte alla complessità della bellezza, ci portiamo a casa solo quello che cogliamo. Ma anche loro, i piccoli, hanno le capacità e il diritto di cogliere.  
È vero, hanno bisogno di qualche dritta iniziale. Non posso portare mia figlia all’opera senza averle raccontato per bene che tipo di spettacolo andiamo a vedere.
Tanto più che non essendo un melomane, è un mondo tutto nuovo anche per me. Ed è un mondo che non mi può mancare: come persona curiosa, come appassionato di storie, come musicista. Quanta roba c’è da scoprire che io non ho ancora scoperto.
E dunque la gita è una nuova storia da raccontare. Anzi, molte più di una sola.
Perché andare in Arena non è esattamente come andare in un altro teatro. È un teatro romano, di quelli dove andavano in scena le commedie con gli uomini vestiti da donna (perché? Mo te lo spiego). E qualche volta magari anche i gladiatori: quelli sì che dovevano avere l’X Factor per uscirne vivi. Pane et circensem, esattamente come oggi. (Che significa? Mo te lo spiego.)

Poi da 101 anni, all’Arena si canta. Perché un pazzo di tenore veronese una sera del 1913 ha provato l’acustica e miracolosamente una struttura in pietra di secoli prima, costruita per tutt’altro scopo, si è rivelata è perfetta per la una musica che allora non esisteva.
E da allora in Arena vanno in scena ogni estate tutte le opere più importanti. Su questo palco enorme sono passati i più grandi cantanti e direttori d’orchestra del mondo. 
(No, stella, la tua maestra di violino Silvia non ci ha ancora suonato).
E via così. Una storia dopo l’altra. E così siamo finiti a vedere Carmen. E dato che eravamo ospiti di Fondazione Arena di Verona, abbiamo girato in lungo e in largo il backstage: che poi sono gli antichi “sotterranei” dell’Arena trasformati in camerini, magazzini, locali trucco, attrezzi ecc. Lì dove si incontrano i ragazzi del coro, già tutti in costume, dove si possono vedere pezzi di scenografia che entreranno sul palco più tardi. Lì dove si mescolano comparse in costume antico che smanettano sugli smartphone, pezzi di allestimenti di opere diverse, musicisti che accordano, ecc. 
E hai la sensazione di una enorme macchina da spettacolo, capace di lavorare 24 ore su 24 per mettere in scena ogni giorno un’opera diversa.

 

Ci faceva da cicerone l’ottimo Maestro Fapanni, Direttore musicale di palcoscenico. Ecco, questo è un signore che lavora in Arena da qualche decennio e come potete intuire ha millemila storie da raccontare. La cosa speciale è che è capace di raccontarle anche ai bambini, perché proprio nel suo lavoro (questo signore va nelle scuole) c’è anche una parte di divulgazione per i giovani. Così, quel giorno ha chiamato al piano le più giovani della compagnia (5, 6 e 8 anni) e ha affidato a ognuna un tasto e un ritmo e in men che non si dica ha eseguito con loro la habanera: era o no il germe e il senso di una piccola orchestra?
Quanto è piaciuto a mia figlia di 6 anni venire all’opera? Tanto. Anche se ovviamente dopo due atti si è placidamente addormentata, sono certo che è un’esperienza che si ricorderà per sempre.

Io in Arena ci sono poi tornato con l’offerta dei Tweet-seats, che sono posti a prezzo scontato (10€), molto vicini al palco, che puoi prenotare se hai un canale Twitter (attivo da almeno 6 mesi). Un segnale di apertura verso un pubblico più giovane, abituato ormai a raccontare ogni evento sui propri social (ecco per esempio #inarena su Twitter). I tweet seats sono piuttosto laterali, ma ti fanno sentire quasi sul palco. Quella volta in Arena ho portato la mia amica Clara e sua figlia che non ci erano mai state. Quando accompagni qualcuno che non c’è mai stato, ti ritrovi a vivere anche la sua emozione. Per la grandezza e l’intimità insieme del teatro, per le candeline che si accendono, per il modo in cui nell’aria della sera ti arriva la musica. E per le voci, nude eppure capaci di farsi udire fino all’ultimo gradone là in alto.
Dopo Aida che fu la mia prima, e Carmen che fu con Viola, quella volta vidi Madama Butterfly. E c’è un’immagine che non riesco a dimenticare e riguarda di nuovo la nostra capacità di emozionarci davanti all’opera e soprattutto quella dei bambini.
Alla fine della Butterfly, lei, disperata e delusa da Pinkerton, sta per compiere l’estremo gesto.
A un metro da me, la piccola Diamara, di anni 5 piangeva copiosamente alternando la spalla del babbo a quella della mamma. E borbottava che non era giusto, che non doveva morire lei, perché era stato lui quello cattivo.
Accanto a me la mia amica Clara, di qualche decennio più grande, felicemente mamma e donna, esprimeva lo stesso identico concetto sussurrando ad alta voce il suo mantra: “Pinkerton è uno stronzooo.”
Ecco. Capito la forza delle storie dentro le opere? Che con un minimo sforzo arrivano davvero a tutti, ad ogni livello, ad ogni età?

Leggere/Scrivere

Pavia: cronache di amanti notturni sul Ticino

- Psst Teresa… sei sveglia?
- mhm no, sa gh’è?
- Sa gh’è? Teresa, questo è il post di un blog, dai, usiamo un linguaggio consono.
- Che strazio sei, Mario. Cosa c’è? Cosa c’è?
- Vieni alla finestra dai. 
- Mario ma dai… sono le 3 del mattino… hai 70 anni, cosa ci fai alla finestra?
- Vieni. Ci sono due innamorati che… sì insomma hai capito. Fanno roba.
- Ossignur indè? Voglio dire… Dio del cielo, dove?
- Eh, giù all’imbarcadero, dall’altra parte del Ticino.
- Di là dal fiume? Mario, ma te come fai a vederli, scusa?
- Ti ricordi il binocolo che avevamo regalato al Luca per la comunione? Quello che non gli piaceva?
- No dai, comunque io sto a letto. 
- …
- Mario… cosa fanno?
- Eh, si baciano tantissimo, parlano, fumano. Ma soprattutto si baciano.
- …
- Oh, ora è partita una mano malandrina. Dai vieni qua, Teresa
- mmm lasciami dormire dai.
- Ta-daa, questi corrono eh. Mi sa che ora lo fanno davvero?
- Che scarosi…
- Teresa, ti prego, il linguaggio!
- Che sporcaccioni, scusa.
- Ora sono in piedi, contro il muro, cose da giovani, Teresa ti ricordi sull’aia ai tempi belli?
- Eh, sì.
- Noo, ma perché smettono ora? Vanno via.
- Eh Mario, mica sempre è il momento dai. Lascia perdere vieni a letto dai.
- Uhm, Teresa…
- Mario, perché mi guardi in quel modo? Mario… sa fet?
- Teresa, varda chi che spetacul. Teresa, dam da trà… Ades, vegni lì e at fo ved mi.
- Mario, come parli? Scusa ma quel tuo discorso che siamo sull’internet post blog insomma… parliamo un linguaggio consono…
- Teresa, lassa perd. Chissenefrega. Tanto il post è finito. Ora iniziamo noi.

Scritture miste

[Amori #1] Il miglior tè della mia vita

Alle medie avevo iniziato a fare sci di fondo. 
Ero figlio di un prof. di ginnastica, coltivavo il gusto del sacrificio, schifavo gli sport fighetti e preferivo faticare. Per intenderci, tra Dorando Pietri e Panatta non avevo dubbi. Ero Dorando. Ma andavo molto più piano.
Mi iscrissi con la scuola al campionato provinciale di sci da fondo. Ero l’unico della mia città nella mia categoria. Ci portarono sulla pista e ci fecero fare un giro di ricognizione dell’anello. Al termine del giro, ero esausto. La gara, l’ultima del pomeriggio, non era ancora iniziata. Quando mi dissero che la gara era prevista su tre giri di quello stesso anello, mi crollarono le ginocchia. Gli altri ragazzi erano tutti grossi e soprattutto veloci. Anche in salita.

Via, partiti. Alla prima curva sono già indietro. Alla prima discesa cado. Alla fine del primo giro iniziano a doppiarmi. Tengo duro. Penso a Dorando. Che alla fine ha conosciuto la regina e ha ricevuto i suoi complimenti. A metà del secondo giro vengo doppiato per l’ultima volta. Passo sul traguardo e il giudice si scorda di suonare la campanella dell’ultimo giro. 
Inizia a scendere la sera. Il terzo giro è roba tra me e la natura. Non c’è anima viva. Arranco, cado, mi rialzo. Se mi fermo qui non mi troveranno più? O mi verranno a cercare?
Arrivo infine in vista del traguardo. La luce è già poca. Qualcuno mi incita. Gli altri sono già tutti sul pullman. Appena supero la linea i giudici iniziano a smontare tutto, con una certa fretta.

Poi arriva lei. Occhi azzurri e i ricci biondi che sfuggono alla cuffia. Mi viene incontro. Ha in mano un bicchiere di plastica con del thé caldo al limone. La bevanda più buona e ristoratrice della mia vita. 
Naturalmente io mi innamoro di lei all’istante. Io sono Dorando e lei è la mia Regina d’Inghilterra. 
Il nostro dialogo sulla neve all’imbrunire è scritto nella mia memoria come fosse inciso nella pietra. 

- Ne vuoi ancora?
- Sì, grazie. Tu sei Marta, vero?
- Sì, so che conosci mia sorella grande.
- Posso averne ancora? Come sono arrivato?
- Eh, settimo.
- Ah, pensavo peggio. Su quanti?
- Su sette.

Ascolti/Musica

“Planet Earth” live: a Milano con l’Orchestra Verdi

Quello che ho visto la scorsa settimana all’Auditorium di Milano non era esattamente un concerto. E nemmeno un film. O meglio era un docu-concerto. O un concertumentario. Mi viene il dubbio che ci sia un termine inglese perfetto, ma qui da noi non è ancora arrivato. O sono io che ancora non lo so.

Insomma per capirci: proiezione di film documentario con colonna sonora eseguita live dall’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi.

Ora non so se avete presente il cicli di film Planet Earth, prodotti dalla BBC un paio di anni fa. Un’opera enorme: qualcosa come 5 anni di riprese. Sono usciti in dvd e sono probabilmente lo stato dell’arte quanto a doumentari naturalistici. La musica è quella di George Fenton, scritta proprio per quest’opera, che è diventata per ovvie e comprensibili esigenze divulgative, una serie di piccoli film a tema di una decina id munuti l’uno. Il commento non c’è. Dopo una breve introduzione del direttore che ti contestualizza la scena, c’è solo la natura. E la musica.

Vederli con l’orchestra dal vivo è un’esperienza ammaliante. Innanzitutto ti rendi conto di quanto è decisivo il tema della sincronizzazione. Ormai quando guardiamo il cinema o la tv, non stiamo nemmeno a pensare a quanto, in sede di montaggio e di composizione, si possa aver lavorato su uno stacco, un crescendo. Quando tutto è live, ti rendi conto che la precisione millimetrica della tecnologie è qualcosa di iraggiungibile. Per quanto il direttore abbia un monitor, per quanto sia lui che può accelerare o attendere, c’è sempre un micro sfasamento, che è poi quello che ti conferma che è tutto “live. E l’orchestra, quando è live e pompa, non c’è Dolby Surround o 5+1 che la possa battere. Nelle scene d’azione per esempio: dove parte il rombo dei timpani che ti senti quasi in un western e ti vedi un leopardo delle nevi, animale bellissimo che vive in un posto sfigatissimo, che insegue a rotta di collo giù per una rupe una specie di pecari e riesce a mordergli solo le terga prima che questo si tuffi. Sì perché il leopardo delle nevi non sa nuotare. Invece l’orchestra sinfonica sì, che sa nuotare. Dovete vedere come se la gioca bene con i delfini per esempio. E sa volare. A proposito di volare: avete presente quelle riprese fantastiche dall’alto di mandrie di animali, inseguimenti, migrazioni? Ecco, lì scopri come le girano. Con una piccola mongolfiera che sicuramente è l’ideale dal punto di vista della sostenibilità e della (non) rumorosità. È un po’ meno maneggevole, certo, e nell’episodio dedicato alla vitaccia (stupenda però) che fanno i documentaristi, vedete la mongolfiera entrare in un baobab. Con i due piloti a bordo.

Io vi direi. Ci sono altri spettacoli di questo ciclo Planet Earth. Andateci e se ne avete portateci i bambini. Che se i documentari sono abituati a vederli, il bello sarà farglieli ascoltare. Che oggi come oggi quante occasioni hanno i bambini di ascoltare un’orchestra così, tutta intera, dal vivo?

E tenetevi pronti a fare diversi “ohhh” di meraviglia insieme a loro.
E tenetevi pronti a spiegargli che la natura è bellissima e crudele.
E se il coniglietto, sì quello puffosissimo, viene catturato dal lupo, è perché da qualche parte è scritto che lui debba salvare col suo sacrificio i cuccioli del lupo.
Amen.

 

Mestiere di Babbo

C’era una volta un bambino che voleva volare

C’era una volta un bambino che voleva volare. 
Un giorno prese tra le dita una farfalla e si sporcò le dita con il colore delle sue ali. “Le farfalle, se gli togli il colore dalle ali, non volano più”, gli spiegò la mamma. 
Lui ebbe un’idea. 
Passava le sue giornate al parco, a caccia di farfalle. Divenne abilissimo a catturarle e a rubar loro il colore. Teneva tutto in un secchiello, sotto al letto. 
Una mattina di maggio, il secchiello era pieno: tutto era pronto per l’impresa.
Si mise la camicia bianca della comunione, si spalmò sulle spalle e sulle braccia tutto il colore che aveva raccolto. 
Salì sul tetto del palazzo in cui viveva. Aprì le braccia e si lanciò.

SPLAT

Non funzionò.
La sua camicia, però, era davvero bellissima.

Mestiere di Babbo

Dyson: stermina gli acari e fa felici le mogli

Da qualche settimana, siamo felicemente dysoniani.
Qui si racconta di come anche tu puoi far felice tua moglie invece che col solito ormai banale anello di brillanti, con un elettrodomestico all’avanguardia. Che garantisce prestazioni eccellenti. Che stermina gli acari che anche se non lo sai si affollano casa tua. Che è perfetto specialmente per chi soffre di allergie. Che è anche un prodotto un sacco sexy. Cioè a me, uomo, mi fa proprio quell’effetto lì.
Qui si racconta brevemente di come anche tu se dopo avermi letto, ti interessa un Dyson, puoi averlo con il 50% di sconto con il coupon che – io con i miei poteri di superzio – ti faccio avere. 

Tutto è nato da Dyson e The Talking Village che hanno scelto un panel di mamme (inclusi io e Claudio Gagliardini) per invitarle a conoscere e provare il prodotto. C’erano un medico allergologo, un ingegnere dysonologo, un video documentario e una prova su strada. Su pavimento. Dyson si è letteralmente mangiato la concorrenza (e tutta la polvere ivi appositamente sparsa sul pavimento). Dyson tira su la polvere come e più di tante rockstar in declino: forse solo un Maradona ancora in carriera potrebbe batterlo.

E non fa nemmeno tanto rumore. In casa mi piace un sacco vederlo dormire accanto alla fisarmonica. Due oggetti pazzeschi se ci pensate: lei contiene un numero pazzesco di ance di legno, e lui, il Dyson, 15 turbocicloni. Lei ha 50 anni e lui un mese. Lei aspira e soffia fuori musica, lui aspira e stop.
Lui stermina l’acaro catturandolo. Lei si limita ad assordarlo (quando la suono male) o a innamorarlo (quando la suono bene). Giusto la settimana prima che arrivasse Dyson, ho trovato un biglietto, vergato a zampa, in cui le femmina acaro di casa mi chiedevano compatte se potevo imparare a suonare il tango (“che nella vita serve sempre”, cit.).
Non ho poi risposto.
E ora saranno tutte morte, romantiche sì, ma maledetta mangiatrici di carne morta.

La mia sfida dysoniana è stata vedere moglie che passa l’aspirapolvere di meno, perché questo è più efficace del precedente. È stata vedere sul pianerottolo, una colonia di acari in fuga che implorava ospitalità dal mio vicino. Dato che quel vicino mi sta cordialmente sui maroni, gli ho suonato il campanello con una scusa qualunque (“Salve, le ha poi scritto l’amministratore per quel problema che lei così gentilmente ha sollevato nell’ultima assemblea in relazione alle spese di spurgo dei tombini del cortile?”), dando modo alla colonna infame (cit.) di scivolargli in casa agevolmente. L’ultimo acaro mi ha fatto persino l’occhiolino, già.

E poi, scusate, c’è l’aspetto sexitudine.  Il rapporto tra Dyson e mia moglie inizia a essere decisamente intimo. Ho saputo che ieri, lui, in un impeto irrefrenabile, le ha risucchiato la camicia da notte. Mentre lei la indossava!

E qui sotto ci sarebbe pure un video, il primo di alcuni che mi sto divertendo a girare. Solo che finché non riesco a embeddarlo per bene, vi conviene vederlo su Instagram. Oppure a questo link  

Quindi riepilogando. Questo Dyson è una assoluta figata, scusate il tecnicismo.
Se ti interessa averne uno al 50% di sconto, non perdere tempo fatti vivo-a subito scrivimi qui nei commenti o alla mia email (o su Facebook, Twitter e dove vuoi).

Ecco i modelli tra cui puoi scegliere:

- DC52 Allergy Musclehead Parquet - Prezzo al pubblico non scontato €605,00 Iva inclusa
- DC52 Allergy Parquet - Prezzo al pubblico non scontato €585,00 Iva inclusa
- DC33 Allergy Musclehead Parquet - Prezzo al pubblico non scontato €489,00 Iva inclusa - 

 

 

Ascolti/Musica

Il violino: una lezione concerto in prima elementare

L’idea di andare a suonare il violino il prima elementare è stata di Viola (anni 6).
Lei suona da poco più di un anno, ha avuto la fortuna di trovare la miglior maestra in circolazione e tra le due, come in parte sapete già, c’è un feeling decisamente invidiabile. Ai limiti dell’innamoramento ecco.

Viola è una bimba “esibizionista”: studiare le piaciucchia sì, ma adora avere un pubblico. Tipo che se viene il dottore a casa a visitarla lei non lo lascia andare via se prima non gli ha fatto sentire (almeno) un minuetto di Bach.
Però questa cosa del suonare a scuola, naturalmente non poteva essere così immediata e improvvisata. Quando ho capito che Viola faceva sul serio, che voleva davvero esibirsi nella sua classe, quando le sue richieste in merito iniziavano a superare la soglia tollerabile delle 30 volte al giorno, mi sono deciso. Ho chiamato la maestra Filomena (che da anni mi invita a leggere storie al mattino nelle sue classi e che non vedeva l’ora che facessimo qualcosa anche con la musica). Le ho chiesto se ci fossero “problemi” sia burocratici, sia soprattutto verso gli altri bambini: se in qualche modo insomma era d’accordo che Viola assurgesse a protagonista unica di un piccolo evento musicale in classe.
Una volta rassicurato, le ho proposto un miniformat: io, Viola e la sua maestra cogestiamo in un’oretta una piccola lezione-concerto.
A quel punto ho chiamato Silvia, la maestra di violino.
Non ci ho messo molto a convincerla, seppure per lei l’idea di andare in una classe a suonare non sia una novità assoluta, come per me dato che lo fa di mestiere ogni dì.
Quindi le ho detto: Metti che uno o due di quei bambini, ben stimolati da noi, poi diventano tuoi allievi (e questa era la leva economica).
E poi: Metti che anche solo uno o due di quei bambini, ben stimolati da noi, poi vanno a casa e dicono che vogliono ascoltare il violino, o la musica classica. O anche solo della musica. (E questa era la leva sentimentale, messianica). Insomma Silvia, in un caso o nell’altro, con un’oretta di volontariato nostro, abbiamo già migliorato il mondo no?
Silvia era al telefono, e ha sorriso forte.

Il miniformat inizia, ovviamente, mi conoscete, con una storia.
Ho scelto di leggere, da un libro di cui vi parlerò e che ho comprato al Museo Stradivari di Cremona, una leggenda zingara sulla nascita del violino. Mentre leggevo, la maestra Silvia mi accompagnava con lo strumento.
Poi ho passato la palla a lei, che ha mostrato e raccontato in breve cosa è e come funziona il violino. Il gesto dei crini di cavallo “sganciati” dall’archetto e fatti accarezzare ai bimbi è stato un vero colpo di teatro.
Quindi, mentre fioccavano le domande, stava scadendo ahimè anche la mia ora di permesso dal lavoro. E pure Silvia doveva tornare alla sua scuola a insegnare ai suoi bambini. Quindi, consci che avremmo potuto restare lì tutta la mattina e non saremmo mai rimasti senza argomenti… abbiamo lasciato spazio al finale del miniformat: il mini concerto. Viola e Silvia insieme hanno suonato Bach. 

Se mi conoscete, sapete che quando sono uscito da scuola quella mattina avevo un sorriso grosso così.
E camminavo su un cuscino d’aria.

 

Leggere/Scrivere

La Casa delle Storie: un teatro da SpettAttori

Ogni qual volta la mia amica maicontent, con cui condivido svariate inclinazioni e affezioni per tutto un coloratissimo universo popolato di fiabe, illustrazioni, attività e app per bambini, ogni volta che maicontent mi diceva della Casa delle Storie io drizzavo le orecchie e aspettavo. E diventavo sempre più curioso.

Mi incuriosiva da un lato l’entusiasmo e la passione che ci metteva lei, Antonella, nel raccontare i loro spettacoli. E nel sottolineare il fatto che da parecchi mesi purtroppo ormai la compagnia era rimasta senza un teatro, senza una casa per le sue Storie.
Mi incuriosiva dall’altro proprio il carattere distintivo del loro lavoro, il plus direbbero quelli che masticano il marketing, il concetto di teatro per SpettAttori. 
La notizia di queste ultime settimane è che la Casa delle Storie ha trovato casa al Teatro della Luna e finalmente li ho visti in scena. Anzi, di più, sono stato in scena con loro. Anzi di più siamo stati sul palco con loro: ed eravamo per fortuna in parecchi, tra genitori e bimbi. Più una nonna. Sì perché  per l’occasione, oltre a una figlia di 6 anni ci ho portato anche mia mamma. E nel momento iniziale in cui vengono “assegnate” le parti mi sono augurato due cose:
1. Che a mia madre 72enne facessero fare qualcosa per cui non c’era da camminare troppo o troppo veloce (questo per il bene suo).
2. Che a mia madre (inesorabile, micidiale, imprevedibile chiacchierona) non dessero un ruolo in cui aveva delle battute o poteva prendersi qualche libertà dal copione (questo per il bene della rappresentazione stessa).

Così in questo Gatto con gli stivali, noi tre siamo stati di volta in volta mugnai, venditori di pentole, coniglietti, gattini e nobildonna di corte.

E non solo abbiamo visto e ascoltato una storia ben recitata, ritmata, musicata, ma ci siamo entrati dentro in quella storia. E sono certo che Viola oggi lo racconterà alla maestra e a tutte le sue amichette. E idem mia madre con il club delle vedove allegre al bar sotto casa.
Ed entrambe stanno parlando di una rana parlante e di un attore così magicamente felino da farci dimenticare che era in realtà un bipede come noi.

Come vengono assegnate le parti, vi state chiedendo? Con un meccanismo semplicissimo e pur tuttavia piuttosto ricco di mistero (teasing come direbbero quelli che masticano il marketing). Un meccanismo che non vorrei svelare perché vorrei che lo scopriste voi direttamente.  Andando a vedere, pardon, a partecipare a uno dei prossimi spettacoli.
Se ci andate, mettiamoci d’accordo ok? Soprattutto se  per caso vi portate anche voi una nonna chiacchierona.

Leggere/Scrivere

249mila km, il mio viaggio

249mila km, il mio viaggio.
Ho visto cambiare le facce, il clima, il paesaggio… sì un poco anche il paesaggio.
Ho viaggiato con sandali e scarponi da neve, in shorts e in cappotto. E tutte le varianti intermedie.
Ho viaggiato seduto, in piedi, sdraiato, schiacciato, aggrappato.
Ho viaggiato sopra e sotto terra, con e senza la bici  in mano.
Ma sempre con uno zaino in spalla.

249 mila km, il mio viaggio.
Ho viaggiato, letto, dormito, riso e anche pianto. 
Ho anche parlato, sì, una volta in viaggio si parlava, prima che tuii parlassero solo coi loro schermi.

249 mila km, il mio viaggio
Mi sono anche innamorato. Sì, 8 volte. 6 volte di libri, una di una ragazza e una di un uomo con la barba.

Ho viaggiato, per 249 mila km, avanti e indietro, in questi 12 anni. Pavia-Milano, Milano-Pavia.
E non ho ancora finito.

Poi una volta ho sbagliato treno.
Capita. Capita anche a noi pendolari. Era buio, il paesaggio non diceva nulla di sbagliato, ma c’era giuro nell’aria qualcosa di strano. Tutto era uguale ma niente e nessuno era al suo posto, persino l’odore era diverso.
L’odore dei pendolari ti sembra sempre uguale, finché non sbagli treno.

Nel buio, sono sceso come sempre alla prima stazione, la mia città, Pavia. E mi sono ritrovato a Lodi.
Lodi.
Il suono alieno di una meta inattesa, esotica.
Lodi come Timbuctù, Come Samarcanda, come Atlantide.
Ce l’hai presente Lodi, no? La prima a destra subito dopo le tue colonne d’ercole.

A Lodi quella sera nevicava fortissimo.
Sono andato nell’aiuola più vicina, ho aperto lo zaino e preso quel che mi serviva.
Dopo nemmeno 15 minuti avevo già tirato su la tenda.
Rossa.
Rossa nel buio della neve.
Rossa come quella del generale Nobile.

Poi ho sparato in aria entrambi i due razzi di segnalazione. Mi sono seduto e ho atteso.
Mentre aspettavo, ho realizzato che non avevo viveri. Ho iniziato a guardare in modo insistente un gatto randagio e dei piccioni. Non riuscivo a decidermi.

Dopo meno di un’ora, è arrivata mia suocera a salvarmi, con la sua slitta 5 porte, 1600 di cilindrata.
“Mio genero, I suppose…”

Da allora, mannaggia, non ho più sbagliato un treno.
Ma prima o poi ci riprovo.

 

Leggere/Scrivere

Le fiabe di Zio Burp: stavolta “live” a Pavia

- Perché è un peccato tenerle nel cassetto, le storie che ho scritto.
- Perché le mie figlie diventano grandi in fretta e presto qui in casa non avrò più un pubblico. 
- Perché quando le ho lette nelle loro scuole, ci siamo sempre divertiti un sacco.
- Perché quando le ho lette in pediatria, sono uscito che ero un uomo migliore.
- Perché sarebbe il caso di scriverne di nuove.
- Perché con Claudia che disegna e con Gipo sto bene.
- Perché tutte queste storie sono state suggerite o innescate da miei dialoghi con bambini. E dunque è giusto restituirgliele.
- Perché poi forse da grande faccio il cantastorie e basta.

Per tutti questi buoni ottimi motivi vi aspetto, grandi e piccini, domenica 29 a Pavia, alla Bottega del Commercio Equo in C.so Garibaldi.
Passate parola.
E se non avete un bambino, diamine, fatevelo prestare per l’occasione.