È iniziato tutto così. Ho visto una scritta d’amore sul muro e ho provato a immaginarmi la storia – o un frammento – di quell’amore. Senza pensarci ho scattato con Instagram e ho provato a dargli un titolo intonato. Ho visto che l’esercizio mi piaceva, mi teneva la mente sveglia, l’occhio attento e il cuore caldo. E così ho iniziato la collezione di “Ammuri sui muri”. E sui muri ce n’è parecchio di amore: ci sono sentimenti sgrammaticati e strappalacrime, ci sono lampi di genio, ci sono dichiarazioni stralunate, ci sono desideri, calcoli, bilanci, progetti, minacce, odii e vendette. Ci sono amori in corso e amori rimpianti, amori negati e amori sintetizzati. Ci sono amori calcistici e anche amori tra esercenti.
E poi ci sono io, che sono quello che si ferma in mezzo al traffico per scattare una foto a un muro. Ci sono io che ormai appena esco dai mio tran tran e capito in un posto, una via o una città nuova, accendo mille antenne. Ci sono io, che cerco nuove strade e muri scritti d’amore. Scatto, immagino, titolo, condivido. E ormai anche mia figlia grande mi aiuta nella ricerca: “Papà, sotto lo scivolo ce ne sono due di scritte… ma in una c’è scritta quella parolaccia… effe di pi”.
Sì, lo sappiamo che scrivere sui muri non si fa, non si deve, già. E per l’appunto, ultimamente il mio disappunto è un altro: i tags dei giovani writers. Semplici sigle, firme del loro ego. Tante, troppe. O sono io che sono un (romantico) matusa e non ne capisco il senso? E allora chiudo con un’appello: ragazzi, lasciate stare l’ego, se proprio volete lasciare un segno, scriveteci l’amore, sui muri.
La gallery “Ammuri sui muri” la trovate su Flickr (ma guardatela a tutto schermo che sennò vi perdete i titoli) e su Pinterest.
Dato che ogni tanto, sempre più spesso, mi viene rivolta una domanda, ho deciso di rispondere qui pubblicamente. A beneficio dei lettori, dei curiosi e di me medesimo.
- Senti, Zio, ma perché non scrivi più sul blog?
- Perché scrivo troppo altrove.
- Perché l’orto e la fisarmonica hanno riempito il mio tempo libero.
- Perché ho finito le parole.
- Perché mia figlia grande mi ha intimato di smettere di raccontare in pubblico i fatti suoi. Sul blog.
- Perché mia mamma pretende che io racconti in pubblico i fatti suoi. Sul blog.
- Perché passo troppo tempo in rete.
- Perché in 9 anni ormai ho scritto tutto. E sarei ripetitivo.
- Perché su questo blog, il meglio l’ho già scritto.
- Perché sto scrivendo il mio secondo romanzo.
- Perché scrivere non mi piace più.
- Perché sono pigro.
Diciamo che qualcuna è più vera di altre.
Una sola è palesemente falsa. Quale?
La vita delle stoviglie, ci avete mai pensato?, non è propriamente dinamica e avventurosa. Anzi la vita delle stoviglie è in realtà piuttosto noiosa. La vita delle stoviglie è, se mi permettete, una battuta, decisamente piatta.
Come dite? Dovevo fare il comico, vero? Naa. Io sono contento di quello che sono. Mi chiamo Paolino e sono un piatto.
Ma sono un piatto speciale. Non un piatto semplice, di quelli che si usano tutti i giorni, no. E nemmeno un piatto speciale da grandi occasioni, di quelli che si usano una volta l’anno. Ho due cugini e un nonno che fanno quella vita e passano l’anno a dormire in un armadio, vivono su una tavola e si sentono utili solo a Natale, cose da matti. Io non ce la farei. (continua…)
I libri bellissimi sono quelli che puoi rileggere anche dopo tanto tempo e te li rigodi tutti ancora. Io mi scordo apposta le storie per potermele godere daccapo. No, non sono smemorato, non fraintendete. Mi sono educato a dimenticare.
Poi però ci sono i libri indimentcabili. Quelli che ogni volta che li rileggi, ti svelano qualcosa di te. E questi io li chiamerei proprio i “classici”, i tuoi classici. Perché sono quelli che ti hanno cambiato la testa, il cuore, la scrittura. O addirittura la vita. (Sarebbe bello allargarci. Quanti sono i “classici” nella vita di un uomo? Quali sono i tuoi? Ma ne riparliamo.)
Ecco, per esempio, un paio di estati fa ho ripreso “Natura morta con picchio”, di Tom Robbins (letto la prima volta nel 1994). E pensavo: madonna mia quante cose gli ho rubato io a questo stile qui, a questo genio qui. Ché prima di quel libro io mica scrivevo in quel modo. E lo stesso probabilmente penserei di “Castelli di rabbia”, di Baricco, letto nell’estate del ’96.
Ma non divaghiamo. Oggi si tratta di Pennac. (continua…)
Ecco i 10 libri che Alice ha letto da marzo in qua, da quando abbiamo stipulato il patto del Nintendo DS. Se le chiedi quale le sia piaciuto di più, ti dice il numero 9. E poi attacca a parlare in osvaldese.
Io sono piuttosto orgoglioso di lei, anche perché è del tutto evidente che questo mese ha letto molti più libri di me.
Ora tutto questo si tradurrà in qualcosa di Super Mario se non ho capito male…
Ho fatto un patto con la primogenita. Non c’era un piano preciso, mi è uscita così, in un momento in cui era partito il ritornello del me-lo-compri-dai-papà-dai.
Ecco cosa mi è uscito: “Ok Alice, facciamo così: ogni 10 libri che ti leggi, ti regalo un gioco del Nintendo.”
Alice è molto sveglia, curiosa e legge volentieri. E le piace anche il Nintendo, che usa senza eccessi. Alice ogni tanto si lamenta che le regalo sempre libri (papà ma lo sai che esistono anche i giochi sì?), però poi se li legge e si diverte.
E poi pensavo: gente, 10 libri non sono pochi. Dieci libri sono dieci libri. E a 9 anni, non parlo di libri illustrati, parlo di romanzi o raccolte di storie, ma comunque libri.
Poi ovviamente ne è nato anche un mercato di trattative:
- “papà ma un libro riletto vale?” Io direi di no, sennò questa mi frega.
- “papà ma un libro come Harry Potter vale doppio?” Mmm forse questo potrei concederglielo.
E comunque un po’ mi devo fidare. Voglio dire, non la posso mica interrogare dopo ogni libro per vedere se l’ha letto davvero no?
O dite che dovrei?
Ne parliamo quando torno. Ora vado in III B a leggere “Testa di bufala”.
Come ogni anno, dal Bologna Children’s Book Fair torno stanco morto, pieno di curiosità e di titoli, di facce e di disegni, illustrazioni dai 5 continenti, e mi trascino due borse piene di depliantes, cataloghi, segnalibri, e ovviamente una manciata di libri. Ecco cosa appesantisce le mie borse quest’anno:
- l’ultimo numero di Andersen (fui abbonato. Mi riabbono?)
- cataloghi vari tra cui: L’orecchio acerbo, Il Castoro, ZooLibri e ”Gli anni in tasca”, nuova collana ragazzi dei Topipittori
- “Un altro me“, di Bernard Friot, il più fulminante (e kattivo) scrittore per ragazzi che conosciuto ultimamente. Imperdibili “La mia famiglia e altri disastri” e “Il mio mondo a testa in giù”. Sono destinati a ragazzi pre-adolescenti ma Alice se li è bevuti l’estate scorsa a 8 anni in due soli pomeriggi, divertendosi come una pazza
- “Tralestelle Trallallà“, libro con cd della collana Nidi, della Sinnos. Perché Anna mi ha detto che sono bravi.
- calendario interculturale 2011 Sinnos.
- “Maestra Piccola“, di Cristina Petit. Perché Clara mi ha detto che il suo è un blog bellissimo. Ed è dai tempi di laprofe.it che non leggo una maestra
- Rivista “Hamelin n. 27, Storia e storie”, acquistata – confesso – solo per avere in omaggio…
- “I libri per ragazzi che hanno fatto l’Italia“, a cura di Hamelin. E’ il corposo catalogo dell’omonima mostra (che non vedrò). Somiglia come idea a “1001 libri da leggere prima di diventare grandi“. Preziosissimo.
- “Guida ai film per ragazzi”, il Castoro. Da qualche mese ero tentato, qui era scontato e l’ho acquistato, mica avrò sbagliato? Aggiungere a piacere altre rime in -ato.
- “Ricette per racconti a testa in giù“, di Bernard Friot, v. sopra
- Sgabello e tavolino di cartone (cartone pressato, anzi pressatissimo!) dei tedeschi della Werkhaus, il cui stand era come al solito coloratissimo.
In fatto di libri e di storie, io tendenzialmente ho una certa avversione alle riduzioni per ragazzi. Ed è sicuramente un sentimento indotto dalla lettura di “Storia delle mie storie“, di Bianca Pitzorno, che resta – anche a distanza di anni – uno dei libri più belli sull’arte di scrivere e raccontare storie.
Poi però ho notato sull’Espresso questo progetto “Save the story“. Prendi 4 classici che bambini e ragazzi d’oggi non leggerebbero, se non probabilmente a scuola e di malavoglia. Prendi quattro scrittori, quattro scrittori veri, e li metti al lavoro. Il grosso difetto che donna Bianca rimproverava alle antiche riscritture dei classici destinati all’infanzia erano la perdita dello stile, la mancanza di equilibrio della storia, l’arbistrarietà dei tagli. Che potevano ragionevolmente essere opera di chissà chi, probabilmente semplici, diligenti, volenterosi redattori, già.
Ora, io di Eco, Baricco, Camilleri e Benni mi fido.
“I Promessi Sposi” riscritti da Eco sono piaciuti a mia figlia (glieli ho letti in tre sere) e a mia madre (se li è letti in mezza mattina). Una bella edizione, robusta il giusto, ben illustrata, con un epilogo (cosa ci insegna) e pure il contesto (“la storia di questa storia”). Una storia riscritta in modo agile ma non facile, conservando parole manzoniane e inserendoci accanto metafore e immagini contemporanee. Una storia veloce e persino divertente, questa qui del sciur Alessandro, lo “scrittore con la faccia da cavallo”, con qualche doverosa licenza creativa come quella che ho usato per il titolo.
Questi Save the Story, costano poco, 12,90, e valgono molto. E colmano le mie lacune. Io, per dire, di “Don Giovanni” non so quasi nulla. E poi sono perfetti per essere letti in pubblico e infatti vedo che ci hanno già pensato.
Perché in fondo riscrivere è una delle sfide continue dello scrivere.
Insomma, poi un’amica mi gira un post che parla di libri per bambini.
Lo leggo e ci trovo tanta curiosità, competenza, passione.
Questo 403 è quel che una volta chiamavamo “un blogghino di splinder…”. Senza alcuna pretesa grafica, pronti-via.
Mi ricorda qualcuno.
Il giorno dopo lo riapro quel blogghino e leggo altre cose. Non riesco a catalogarlo. Non è un foodblogger, nè un travelblogger, non è un photoblogger, nè uno scegli-tu-la-parola-blogger. E’ semplicemente un tipo che dice la sua su splinder.
Mi ricorda qualcuno.
Qualcuno che sono stato anche io, ai tempi del mio blogghino su splinder. E sembra una vita fa, e un po’ lo è davvero.
Noto che non ha nemmeno i link pulsantici, iconici, biquadratici, ai socialcosi più a la page, quelli ormai praticamente obbligatori. E’ uno, questo 403, di cui non posso vedere subito la faccia, il cv, le foto di famiglia. E mi rendo subito conto che non voglio vedere nulla di lui. E’ uno che non nomina mai il web2.0, che probabilmente non riceve mai prodotti in prova, che non viene corteggiato dalle aziende, invitato agli eventi.
Lo cito su twitter e lui gentilmente mi viene a salutare qui sul blog. Ma io non rispondo. No, 403, perché voglio che questo incantesimo duri.
Questo 403 è uno che io sono contento di sapere che c’è.
Perché è uno che è solo parole.
E sostanza.
Dato che sono giorni di coming out, oggi vi confesso una mia personale, privatissima perversione.
Io quando scrivo un sms, prima lo scrivo di getto, senza contare i caratteri.
Poi vedo quanto è lungo – 200 caratteri? no problem – e prendo la pinza.
Con la pinza levo tutto quello che è di troppo.
Poi prendo la lima e rifinisco per benino il lavoro.
Prima di spedire, rileggo e lo riguardo da vicino in controluce.
Spesso soffio sul cellulare per far volar via la limatura di parole, quei 3-4 caratteri che ancora sono di troppo.
La mia perversione è questa qui: i miei sms sono di 160 caratteri. Non uno di più, non uno di meno.
Diamine, dirai, ma quanto ci metti, ma sei un pazzo!
Sì, ma vuoi mettere quanto fa bene – alla pinza, alla lima, ai neuroni – tutto quest’esercizio?