Ascolti/Musica, Visioni

Sì ma perché l’avete chiamata Cinestesia?

La nostra rassegna di cinema e musica, dici? Quella in cui risuoniamo i film muti?

Tutto nasce dalla parola sinestesia: una figura retorica, una metafora un po’ speciale, che mescola due sfere sensoriali diverse.
Di che colore è quella canzone? Può un colore avere un profumo? O un suono? Può semplicemente ricordarlo? E via così con varie ibridazioni dei cinque sensi. Robe da poeti, insomma, generalmente poeti simbolisti. Gente simpatica e creativa, pesantemente alcolizzata o anche messa assai peggio.
Ma anche roba da psicologi. Gente che studia le vostre madeleine.

Insomma c’era questa parola, sinestesia, che mi piaceva una cifra dai tempi del liceo e che esprimeva proprio questo senso di mescolanza. Noi mescoliamo il suono con l’immagine. La luce con il buio. Mescoliamo l’antico col moderno. A volte pure la birra con il vino, già.

Insomma bastava metterci davanti una c per farla nostra, e proiettarcela addosso, ‘sta cinestesia.

Per poi scoprire che la parola cinestesia invece esiste eccome. E’ parola della medicina. E attiene al movimento. Appunto.

Domani, ore 21.00 a Spaziomusica Pavia:
La caduta della casa Usher, b/n muto del 1928, da un racconto di Edgar Allan Poe.

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