
Personaggi e interpreti, da sinistra a destra:
- il cane Plim
- il biglietto d’auguri disegnato da Nonna Nena
- le candele spente al primo soffio senza mai smetere di parlare
- quel che resta della torta.
Viola sparsa in questo blog.
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- Papi, ma sai che la Tere lo ha visto Babbo Natale lei?
(n.d.Zio: Tete, alias Tere, alias Teresa è amichetta del cuore, compagna di banco e vicina di casa)
- Ah sì eh! Eh che sfortuna, così l’avrà spaventato e sarà scappato e insomma… niente regali.
- No no, lei e suo fratello lo vedono tutti gli anni. Arriva la sera, gli dà i regali, loro li mettono sotto l’albero e vanno a letto. E poi al mattino li possono aprire.
- Mhmmmm… Dici davvero?
- Sìssì, anche a casa della Cecilia ci va Babbo Natale.
- Ma dai…
(troggle troggle, rumore di giovani neuroni indaffarati…)
- Ma papi, ma scusa ma io non ho capito una cosa…
- Eh… vabbè capita. Ohi, te la ricordi la barzelletta che abbiamo inventato su Carmen Consoli?
- Sì ma te l’ho già detta anche a memoria. Quello che non ho capito è che se…
- Sai che ieri tua sorella ne ha detta un’altra delle sue e ha fat…
- Papi mi ascolti?
- Eh… certo dimmi.
- Ma se Babbo Natale va a casa di Teresa che è dall’altra parte del cortile…
- Alice, guarda! Dietro di te: un vampiro!
- … allora perché non viene anche da noi la sera a darci i regali?
- …
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Reduce da un’evento Ignite Night che ci è piaciuto un tot, qui domani si riparte.
Nuovo blogtour a Zurigo per conto di Zurigo Turismo (oh yes, come sapete mio cliente).
L’altra volta fu a luglio e mi portai in gita 4 semisconosciuti che ora sono 4 amici (e alla bisogna preziosi collaboratori). E c’era caldo e facemmo il bagno e raccontammo tutta quanta la nostra Zurigo lowcost su Whynotzurich.
Stavolta sarò con due ragazze, una a me molto nota e una tutta da scoprire: Miro di Nomadistanziali e Federica di Viaggi Lowcost. Stavolta ci sarà il Natale, le mille luci, l’atmosfera e naturalmente i mercatini. E anche stavolta raccontiamo tutto su Whynotzurich. E su Twitter e FriendFeed. Quindi followateci, subscribateci, taggateci, laikateci, linkateci e tutte le possibili coniugazioni dei verb2.0.
Ma tutte le cose meravigliose prima o poi finiscono e anche io dovrò lasciare le mille luci di Zurigo e i suoi mercatini di cianfrus… deliziose sciccherie natalizie per tornare a sudare dietro a una pianola. Si torna e si sale direttamente sul palco: sabato 28 novembre siamo di nuovo a Spazio perché è il compleanno di Mariano. Ed è a causa sua che siamo questa band MN & i Contenuti Speciali. E quindi è colpa sua se da tre anni ci divertiamo ‘na cifra.
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Non ci ero ancora stato all’Auditorium di corso S. Gottardo ed erano alcuni lustri che non andavo per davvero a un concerto di musica classica. L’altra sera ci ho portato una simpatica e variegata comitiva di amici della rete (ma a proposito, siamo ancora blogger o ci dobbiamo chiamare in altro modo No, ditecelo eh?).
Eravamo in gita per conto di Zurigo Turismo (disclaimer: mio cliente), che vantando un ghiotto cartellone di concerti alla Tonhalle si è apparentato alla Verdi di Milano.
Ero con Foxarts, Kika, Fioriurlanti, Maria Petrescu, Irrisolta, Robi e Vince.
Concerto fico con Massimo Quarta al violino che a un certo punto tra un Verdi, un Ravel e una Colasanti (spero che Silvia gradisca la nonchalance con cui la metto in campo in tale prestigiosa brigata di compositori), ha pensato bene di fare un bis. E senza troppi salamelecchi ha armato l’archetto e ha sganciato un Capriccio di Paganini (che poi Maria mi ha aiutato a identificare, il #24).
Flash o madeleine proustiana, fate voi.
Sì perché il buon Quarta non lo sapeva ma era del tutto evidente che quel capriccio era un regalo per me. Che poi sia piaciuto anche a voi, per carità, mi fa felice ma dovete sapere che la mia prima volta a teatro fu da fanciullo quando la mi’ mamma mi portò a sentire Salvatore Accardo da solo al Fraschini di Pavia.
Doveva essere il millenovecentosettantaquasiottanta, ma molto prima dei paninari.
Perchè io avevo ancora i capelli, ma non ancora i brufoli.
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Ultimamente ho scoperto che c’è un filo comune che lega i posti dove io faccio la pausa pranzo. Ed è un filo lungo una decina d’anni a cavallo di un paio di città, Pavia e Milano. E io non è che li scelgo, giuro. Semplicemente io ci torno. Sono loro, sono i bar, che scelgono me. E io lo scopro solo anni dopo.
Prima di tutto, i nomi. I bar dove mangio io hanno nomi anglofoni ma paesani, spesso con l’errore ortografico tipo Number One, Bar Simpaty, Micky Mouse.
Poi, sul bancone o nella vetrinetta, i bar dove mangio io hanno paste, crostini e stuzzichini dall’età incerta, delle vere “luisone” per dirla con Benni.
I bar dove mangio io hanno di solito una cameriera bella, ma con almeno un evidente difetto fisico: una vistosa zoppìa, un baffo malcelato, una cicatrice sul viso.
I bar dove mangio io hanno in cucina una signora che non può mai avere meno di 70 anni.
I bar dove mangio io hanno la gazza, sì insomma la rosea, consumata e imbriciolata già alle 9. Hanno un arredamento improbabile, a volte hanno addirittura la moquette.
I bar dove mangio io, sanno che io lì ci vado per mangiare (e per leggere un giornale o un libro). Quindi due cose fanno: mi danno da mangiare (“gliene ho messa un po’ di più di peperonata che l’ho visto pallido”) e non rompono mai i maroni, chiedendomi che ne penso del Grande Fratello per dire.
Nei bar dove mangio io, lo stuzzicandenti è un diritto garantito costituzionalmente e la scarpetta nel piatto è una prassi consuetudinaria diffusa e apprezzata.
I bar dove mangio io sono sempre a gestione familiare, ma ormai sono certo che l’aggettivo non riguardi solo le persone al di là del bancone.
Nei bar dove mangio io, con meno di 4 euro ci mangi panino e acqua. E il resto che ti devono te lo scrivono su un biglietto col timbro o la firma. E ogni giorno quando ti danno il resto, aggiornano il foglietto sguincio che ti metti nel portafogli. E così non ci spendi mai un ticket intero per mangiare e al sabato con quel che hai risparmiato, ti giochi tre ticket e fai un figurone perchè torni con le pizze. Margherite però.
Ogni tanto, a malincuore, io non ci vado a mangiare nei bar dove mangio io. Perché i clienti o i colleghi mi portano altrove. Dove per mangiare investi minimo 3 ticket e poi non è detto nemmeno che ti sfami.
Però poi il giorno dopo la signora settantenne e la cameriera baffuta si informano: “Oh bentornato, dottore, è mica stato malato? Venga che le ho fatto la trippa come piace a lei, o vuole il brasato?”
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Il fatto è che ogni gruppo musicale, di qualunque livello, non effimero, che duri qualche stagione ha sempre un suo libro simile. Anche se poi nessuno lo scrive. Di solito è tradizione orale, gergo, battute, personaggi, leggende. E’ mito.
In questo caso per fortuna è scritto e va da sé che il livello è massimo perché altissimo è il livello del gruppo, delle idee, della creatività (scrittura compresa) e degli amici e conoscenti chiamati a testimoniare.
O forse io non faccio testo perchè Elio è un pezzo di me, della mia storia di giovane uomo, tanto che io leggendo ho avuto nostalgia dei miei 20, 25, 30, 35 e persino dei miei 40 anni.
E’ un libro che ha dato la stura a tutti i miei ricordi eliani e vi giuro che sono tanti. E prima o poi li metto in fila, qui in giro.
E’ un libro che fa ridere e sorridere dal primo al penultimo capitolo.
E l’ultimo – bellissimo – fa piangere una cifra.
Forza Panino.
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Cose che non so o che ho dimenticato.
Guidox e Paolax sono due tuoi amici, adulti ultratrentenni single, che recentemente hai presentato l’un l’altra. Metti che Guidox ti manda un sms che dice: Mi dai il numero di Paolax che la corteggio? (in realtà dice “che gliela batto”, ma il tema di oggi non è il linguaggio e tu sai che è animato da nobili intenzioni).
Metti che tu sei convinto che ci siano tra i due ampi spazi di compatibilità e in qualche modo auspichi tra loro uno scambio di rose che fioriranno e di fluidi che affluiranno.
La questione è: 1. sganci a Guidox il numero di Paolax? 2. Chiedi a Paolax il permesso di farlo? 3. La informi a cose fatte?
Poi vi dico cosa ho fatto io.
PS: per non violare la privacy dei protagonisti della vicenda ai loro nomi propri è stata aggiunta una x.
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Ad Halloween ospiterò due settenni vestite da streghe ansiose di vedere un film. Non ho ancora scelto tra Coraline e la porta magica e Spiderwick – Le Cronache. Che dite?
Alice dice che lei non ha paura. Sì, perché papi, io ho visto il Quarto di Harry Potter.
E lo dice come lo direbbe uno studente di musica: ho fatto il Quinto di violino!
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Metropolitana, tra Rogoredo e Duomo. Mi accorgo che sto fissando la ragazza seduta di fronte a me. Non c’è nessuno dei classici motivi per cui mi ritrovo a fissare una ragazza in metro: non è la sosia di Ava Gardner, non è nuda, non ha baffi vistosi.
La ragazza ride, mentre legge un libro. In realtà, vista da fuori, sorride. Ma io lo conosco quel sorriso. E’ quando dentro stai ridendo tanto da tenerti la pancia, che in metro ti concedi solo quel sorriso.
Io adoro le persone che ridono mentre leggono. O forse adoro i libri capaci di farci ridere. Ridere tanto da germogliare sorrisi anche in metro.
Il suo libro – da qui non leggo il titolo – ha una costa gialla… Mondadori… Strade blu? E ha un teschio in copertina.
Il mio libro, quello dentro a cui sorridevo poco fa prima di iniziare a fissare lei, il mio libro in copertina ha i piedi di un cadavere.
Io e la ragazza abbiamo cose in comune. I nostri libri hanno cose in comune.
Mi sporgo fino a cercare di leggere i titolo, mi storpio il collo per allinearmi alla costa verticale del libro, lancio in avanscoperta una manciata di diottrie che tornano esse stesse ridendo: il libro è “Quando siete inghiottiti dalle fiamme” e il suo autore è Davide Sedaris.
Mentre penso che lo comprerò oggi stesso, la ragazza scende a Missori, senza smettere di sorridere e senza minimamente preoccuparsi della paresi che ha procurato al mio collo.
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